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| violentata con piacere |
Stavo gironzolando per le corsie del supermercato alla ricerca del mio bagnoschiuma preferito, la folla spropositata che ogni sabato invadeva il luogo mi permetteva di camminare esclusivamente a passo di lumaca e questo mi disturbava alquanto poiché odiavo le folle.
Chiedendo scusa a destra e a manca mi insinuavo fra le persone cercando di fare in fretta solo che un carrello, posizionato in diagonale lungo la corsia da un’anziana coppia, mi bloccò il passo; sorrisi con falsa gentilezza e aspettai che lasciassero libero movimento. Dopo tanto penare arrivai alla meta, me ne stavo tranquilla scegliendo le nuove fragranze di bagnoschiuma quando senti qualcuno che mi venne contro.
-Eh che maniere!- sbottai infastidita e in quell’istante sentii qualcosa di duro spingermi contro la schiena.
-Zitta e fai quello che ti dico-
Mi irrigidii subito, rimasi bloccata con le mani occupate da due flaconi di prodotto.
-Ma cosa vuole?- la mia voce era insicura.
-Ti ho detto zitta- disse lo sconosciuto spingendomi contro la schiena ancora di più l’oggetto che sorreggeva -Scegline uno e andiamo alla cassa-
-Va bene-
Procedevo con lui attaccato a me, sentivo le sue cosce strusciare contro le mie quando camminavamo, un suo braccio mi circondava la vita in modo che il giubbotto aperto potesse celare la pistola che con l’altra mano ora spingeva contro il mio fianco; abbassai lo sguardo guardando prima la sua mano e poi tentai di guardarlo in viso.
-Guarda avanti- mi sgridò con tono imperativo.
Ubbidii per lasciar placare la sua collera, ci mettemmo in fila innanzi alla cassa e lui passò dietro di me, così attaccato che sentivo che il mio fondoschiena toccava il suo inguine. Osservai le persone che c’erano intorno a noi cercando il coraggio per urlare e chiamare aiuto; aprii la bocca per emettere un grido quando percepii la pistola quasi trapassarmi il giubbotto tanto che la spingeva contro di me.
-Prova ad urlare e ti pianto una pallottola su per l’addome- sibilò con voce gelida a un centimetro del mio orecchio.
Mi venne la pelle d’oca e abbassai lo sguardo.
-Cammina- continuò obbligandomi a muovermi dietro le sue spinte.
Dopo aver pagato ci muovemmo con velocità verso i garage del supermercato ma per raggiungerli dovemmo prendere l’ascensore che ci avrebbe portato giù. In ascensore eravamo in molti, quindi dovevamo stringerci, al ché egli spostò la pistola dalla mia schiena alla mia nuca, ora la man libera si posava con fermezza su un mio braccio; iniziai a tremare ed ad impallidire quando percepii il gelido tocco della canna contro il mio collo, la pistola non era visibile agli altri poiché era nascosta dai miei lunghi capelli che quella sera avevo deciso di portare sciolti.
Aspettammo che furono usciti tutti e poi avanzammo verso la parte meno illuminata dei garage, ora non aspettava che io camminassi ma mi tirava dietro di se quasi correndo fermandosi solo accanto ad un’auto col motore acceso.
-No!- gridai cercando di appesantirmi in modo da rendergli difficile strattonarmi, tentati di muovermi nella direzione opposta ma riuscii a muovere solo qualche passo, la sua mano si stringeva come una morsa intorno al mio polso. –No!- urlai ancora cercando di fuggire ma all’improvviso sentii una mano sulla spalla e una mano si posò sulla mia bocca zittendomi.
Aiutandosi uno con l’altro riuscirono a prendermi, chi dalle spalle e chi dai piedi, per portarmi di peso verso l’auto. Nonostante mi dimenassi come una furia nulla potevo concludere contro la loro forza; riuscii a calmarmi solo quando uno dei due posandomi sul sedile posteriore mi spinse sul viso uno straccio pregno di qualche sostanza narcotica e quello fu l’ultima cosa che riuscivo a ricordare.
Non so dopo quante ore mi svegliai al buio o almeno credevo fosse notte visto che una scura e grande benda mi oscurava la vista, avevo le mani ammanettate dietro la schiena e mi resi conto di essere posata su qualcosa di poco comodo; forse qualche vecchio materasso poiché riuscivo a sentire contro le cosce alcune molle di metallo spingere contro il tessuto ormai consunto.
Intontita giravo la testa con lentezza da una parte all’altra cercando di riprendermi, il sentore di umidità mi fece storcere la bocca che con mia grande sorpresa era libera nel preciso istante in cui me ne accorsi iniziai a urlare con tutte le mie forze per moltissimo tempo ma nessuno sembrava sentirmi e alla fine mi ritrovai senza voce.
Solo alcune ore dopo sentii un rumore metallico come una chiave in una vecchia serratura, complice anche il freddo che iniziavo a sentire incominciai a tremare.
-Si è svegliata la principessa!- esordì una voce maschile dal tono musicale e dall’accento siculo.
Udivo i suoi passi avvicinarsi, le suole degli stivaletti che sicuramente indossava produceva un rumore sordo sul pavimento.
-Dormito bene?- domandò tono beffardo.
-Va al diavolo!- risposi con voce bassa.
-Povera non ha più voce- le parole furono accompagnate da una profonda risata –Chissà per quanto tempo avrà urlato- ancora un’altra risata.
Lo sentii sedersi quasi di fianco a me d’istinto mi allontanai rifugiandomi su di un lato ma fui bloccata da un corpo caldo.
-Ancora non hai capito che non puoi sfuggire!- ora a parlare fu una voce conosciuta, la stessa che mi aveva intimato di stare zitta nel supermercato.
-Lasciati andare.- supplicai vana.
-E perché? Noi abbiamo organizzato una bella festa in tuo onore- asserì il siculo.
Mi irrigidii quando la mano di uno dei due si posò sulla mia coscia.
-Vi prego no!-
Mi giunse in risposta solo una risata mentre le mani divennero due, una che risaliva sulla coscia e l’altra che palpava il mio fondoschiena.
-Ragazzi- Tuonò all’improvviso una voce maschile, bassa e ferma –Ora non è il momento- terminò
Dalle reazioni di coloro che mi stavano toccando potetti dedurre che il nuovo arrivato era il capo, fulminei si allontanarono da me.
-Ci volevamo solo divertire- si giustificò quello con l’accento.
-Ho detto che ora non è il momento- la voce del capo risuonò forte nella stanza vuota, il tono non ammetteva repliche.
Li sentii uscire e per un paio d’ore non ebbi nessuna visita fino a che la porta si aprì di nuovo.
-La cena è servita- proferì il sequestratore.
Mi giunse netto il rumore di una sedia che viene trascinata sul pavimento, si fermò innanzi a me e con pochi gesti mi sistemò in modo da essergli seduta di fronte, lui sulla sedia ed io sul materasso.
-Su apri la bocca- mi intimò col solito tono freddo.
Disubbidii voltandomi dall’altra parte, posò il cucchiaio contro la mia bocca ma le mie labbra rimasero serrate.
-Ho avuto l’ordine di farti mangiare e così sarà!- furono le sue parole adirate dopo di che un poderoso man rovescio si abbatté sulla mia guancia, un urlo di dolore mi sfuggi dalle labbra e per via della forza che non mi aspettavo mi accasciai su un fianco; sentii la sua mano riportarmi dritta e poi posarsi sotto il mio mento mentre mi faceva ingoiare la disgustosa pietanza dal sapore indecifrabile.
Ingoiai di mala voglia e serrai di nuovo le labbra quando mi offrì il secondo boccone.
-Vuoi un altro antipasto?- domandò minaccioso ed io apri subito la bocca –Lo sapevo che con te bisognava esser chiari- continuò
Disgustata terminai la cena cercando di ingoiare tutto in fretta, prima finivo prima smetteva quella tortura, dai fievoli rumori capii che stava per andarsene.
-Ho sete- mormorai a voce bassa.
Non ricevetti nessuna risposta verbale udii che dell’acqua veniva versata in qualcosa che subito venne avvicinato alle mie labbra; assetata bevvi avida ma il sequestratore, cattivo, allontanò il bicchiere dalle mie labbra mi piegai in avanti cercando di rincorrerlo ma l’unica cosa che ottenni fu che dell’acqua mi cadde sulla felpa con la zip leggermente abbssata e sul decolté un po’ scoperto, mie labbra dovevano apparire bagnate e lucide con alcune gocce che scendevano dal labbro inferiore. Percepii il suo respiro contro il mio viso poi sfiorò con un dito il contorno della mia bocca fino a insinuarsi fra le mie labbra, muovendolo avanti indietro lo muoveva nella mia bocca, stuzzicava la mia lingua per poi fuoriuscire e scendere sul mento, poi sul collo il polpastrello umido della mia saliva mi sfiorava la pelle scontrandosi con le gocce d’acqua sul decolté fino a fermasi fra l’incavo del mio seno. Trepidante temevo il peggio ed invece restò fermo sfiorandomi poi di colpo si alzò e andò via ed io stremata poco dopo mi addormentai.
Quando mi svegliai presunsi che fosse mattino, al tanfo di umidità si era unito un forte sentore di caffè bruciato evidentemente nelle vicinanze doveva esserci una torrefazione, animata dallo spirito di sopravvivenza decisi di cercare di scappare; muovevo i polsi ma purtroppo ero ammanettata e quindi non potevo sperare di forzare il ferro ma i piedi erano legati con delle corde muovevo frenetica le gambe ma non riuscivo ad ottenere molti risultati.
Rimasi per metà giornata da sola, non sentivo nessun rumore attorno a me fino a che fui destata dal solito rumore metallico.
-Sei sveglia principessa?- esordì il siciliano usando un tono ironico.
Io non risposi ma voltai il capo a destra e sinistra per capire in che direzione proveniva la voce, il rumore degli stivali che man mano si avvicinavano.
-E’ l’ora del pranzo-
Il suo accento mi metteva a disagio, il suo tono beffardo mi indisponeva, capi che si era seduto di fronte a me dal rumore che provocò il suo peso sulla sedia, storci il naso annusando l’odore del pranzo, era uguale a quello della cena.
Avvicinò il cucchiaio alla mia bocca ed io a mala voglia mangiai.
-Ma che brava bimba- e così dicendo prese le mie gambe e le posò su una delle sue, stavo un tantino scomoda ma non potevo ribellarmi –Prima tuo padre pagherà il riscatto prima sarai libera- continuò posando il piatto sul letto e iniziando a carezzarmi le cosce fasciate dai pantaloni.
-Mio padre?- domandai dopo aver ingoiato il boccone –Se aspettate lui vuol dire che resterò sempre con voi- continuai divertita.
-Ah si? Allora quando gli manderemo qualcosa di te capirà che facciamo sul serio-
-Impossibile- ripresi a parlare con calma e serietà –Mio padre è morto-
Non mi giunse una risposta comprensibile da parte sua, ma intesi che imprecò in dialetto stretto, il resto del pranzò trascorse in silenzio con lui che mi abbassava la zip della felpa fino all’ombelico, con un gesto ne scosse i lembi potendo così scoprire i pomi costretti nel reggiseno rosso mentre una mano andava su e giù sul mio interno coscia.
Dopo il pranzo fui lasciata sola, alcune ore dopo mi misi di nuovo a tentare di poter fuggire questa volta con maggiori risultati infatti le corde che mi legavano le caviglie cedettero ancor di più e potetti riuscire a liberami; mi alzai e incominciai a cercare qualcosa con cui poter sfilarmi la benda, camminavo raso raso al muro sperando di trovare qualcosa di adatto i miei gesti furono bloccati da una voce fortemente adirata, mi parve quella del capo che inveiva contro i suoi ragazzi accusandoli di essere dei buona nulla, minacciandoli di dar loro una meritata lezione. Mi giunse l’ammissione di avermi scambiato per qualcun’altra e in quel momento impallidii, iniziai a pensare al peggio chiedendomi che se non ero quella che volevano come mi avrebbero trattata? Andai nel panico e il rumore della serratura mi gelò il sangue, oltre a quello nessun suono mi giunse fino al momento in cui una voce sibilò.
-Vuoi fuggire?-
Compresi che era il capo e d’istinto cercai di fuggire buttandomi verso destra ma lui prontamente mi afferrò per la vita e mi tirò a se.
-Come siamo combattive- il suo tono non esprimeva nessuna emozione, mi faceva rabbrividire per la freddezza. Tenendomi ferma mi sollevò di peso e mi portò sul letto dove mi ci buttò senza troppe cerimonie, cercai di scalzare ma mi bloccò con il peso del suo corpo.
-Ahiii- gridai sentendo dolore ai polsi quando si spinse su di me.
-Ragazzi!- gridò.
Gli altri vennero subito.
-Voglio che guardiate!- e cosi dicendo strappò con un solo gesto la felpa quasi aperta.
-No!- strillai con tutto il fiato
-Ti è ritornata la voce eh?- asserì divertito –Bene così ti sentirò urlare- veloce e con furia mi sfilò i pantaloni lasciandomi solo in slip, con qualcosa di affilato si aiutò ad tagliare il reggiseno –Proprio una bella fighetta- riprese stringendomi i seni –Ragazzi visto che non è la fanciulla che volevamo- lo senti ridere contro la mia guancia –Niente riguardi- sibilò perfido.
-No!... No!- implorai dimenandomi.
Un poderoso schiaffo mi calmò subito e subito dopo mi vennero strappati gli slip.
-Capo con lei ci vogliono le buone maniere- disse il compare che mi aveva sequestrato, il tono era divertito di uno a cui piace ciò che vede.
-Avrà tutte le buone maniere di cui sono a conoscenza- riprese il capo muovendosi cavalcioni su di me, udii la zip dei suoi pantaloni abbassarsi.
-No…- la mia era una supplica ma più li pregavo e più sembravano eccitarsi.
Sentii il suo cazzo sfiorarmi le labbra ed io mi volsi dall’altra parte la sua reazione fu di stringermi un seno con forza tale da farmi urlare di dolore.
-Succhia puttanella!- ordinò strofinando di nuovo la cappella contro la mia bocca ed io ubbidiente schiusi le labbra succhiando e leccando, la sua mano si intenerì subito e piano iniziò a muoversi sul mio corpo. Il suo cazzo si muoveva a ritmo mentre succhiavo man mano più golosa percepii le sue dita scivolare lente sulle grandi labbra, mi impose di aprire le cosce per poter così insinuarsi fra le pieghe della mia femminilità.
Il suo membro diventava sempre più duro nella mia bocca ed io iniziavo a godere sotto le sue attenzioni, oltre alle dita del capo mi resi conto che c’era qualcos’altro che mi sfiorava il clitoride; la lingua di uno dei due picchiettava veloce donandomi picchi di piacere.
Arcuavo la schiena per quanto mi era possibile preda dei deliziosi spasmi che ricevevo, mentre uno mi leccava e mi faceva godere sulla propria lingua l’altro si muoveva sempre più veloce nella mia bocca mentre mi tratteneva il capo; ero distesa a pancia in su con loro sopra quando li sentii allontanarsi da me, qualcuno mi fece mettere in ginocchio e le loro bocche si posarono sulla ma pelle. Qualcuno mi baciava le labbra, chi i seni chi altro il collo mentre le loro mani si inseguivano sul mio corpo, si insinuavano dappertutto facendomi perdere la cognizione delle cose in quel momento quello che ritenevo importante era provare piacere.
Le loro attenzioni non mi davano modo di pensare, avevo tre dita di due mani diverse che mi penetravano uno di loro mi succhiava i capezzoli stringendoli fra le labbra e mordicchiandoli, i miei gemiti erano smorzati dalle labbra che avevano catturato le mie in un bacio sfacciato e senza fine. All’improvviso mi ritrovai con le mani libere e senza pensare ad altro andai a cercare i loro cazzi che fieri si palesarono deliziosamente duri, cercavo di ricambiare il piacere che loro mi donavano stringendoli fra le mie dita.
Rimanendo bendata mi lascia sistemare come preferirono, mettendomi cavalcioni su uno di loro mi lascia penetrare muovendo i fianchi con calma mentre le sue mani mi stringevano con ardore le mie morbide forme. Qualcun altro pretese le mie attenzioni e spingendomi la testa verso il basso mi ritrovai il suo cazzo a un centimetro dalla mia bocca, famelica lo lasciai scivolare fra le mie labbra posando una mano sotto i suoi testicoli per massaggiarli e stringerli.
La bocca di qualcuno mi baciava e mi mordicchiava le natiche mentre con le dita mi stuzzicava vulva e sfintere, le dita bagnate dai miei umori e aiutate dalla sua saliva si insinuavano facilmente nel mio culetto; provocata da tali sensazioni inizia a muovere i fianci più velocemente spingendosi così il bacino contro le dita che mi profanavano il culo.
Ben presto realizzai che le dita lasciarono il posto al cazzo di uno dei tre che spingeva impaziente per penetrarmi.
-No!- cercai di ribellarmi ma fu una mossa vana poiché mi fu tappata la bocca mentre il compare profanava il mio culetto con calma.
Il mio grido di dolore fu smorzato dalla mano che mi tappava la bocca.
-Lasciala urlare…- asserì la voce del capo mentre si spinse ancor di più in me.
-Ahhhhh- strillai sentendomi invadere all’invero simile.
-Mhmmm bella stretta- gemeva mentre iniziava a spingersi sempre con più ritmo dentro di me accompagnando l’amico che si spingeva sotto di me.
La mia bocca fu subito tappata dal cazzo che ancora pretendeva le mie calde labbra, in quella situazione mi sentivo un oggetto usato a loro piacimento, scopata senza riguardi.
Tenendomi il capo mentre succhiavo il suo cazzo si muoveva velocissimo nella mia bocca e lo sentivo fremere allora strinsi ancora di più le labbra attorno all’asta desiderosa di sentirlo venire sulla mia lingua, pochi attimi e la sua calda essenza si liberò contro la gola obbligandomi a ingoiare.
Intanto gli altri che mi scopavano lo facevano con foga strappandomi gemiti di piacere misto a dolore, il capo mi stringeva un fianco mentre mi tirava i capelli spingendosi sempre di più, il suo ritmo diveniva sempre più veloce ed io godevo da matti sentendomi sbattuta da due cazzi contemporaneamente.
L’orgasmo iniziava a palesarsi profondo ed inevitabile, mi irrigidii abbracciandoli intimamente.
-Oh si… si!- ansimai con forza.
Il capo si ritirò giusto in tempo per venire sulle mie natiche arrossate dalle sue spinte mentre l’amico cercava di trattenersi, finalmente liberi nei movimenti con agilità mi spinse facendomi sdraiare sulla schiena poche spinte date con impeto e poi venne sul mio seno lasciando che degli schizzi arrivassero sul mento.
Deliziosamente indolenzita mi rilassai contro il materasso incurante degli anelli di metallo che tendevano il logoro tessuto.
Mi diedero da bere qualcosa dal sapore strano e caddi in un sonno sereno da cui mi svegliai solo il mattino seguente dove mi ritrovai nuda e dolorante con la porta della mia prigione aperta libera di fuggire e tornare a casa…
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