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la tragicomica fine di un grande amore
Era circa un anno che ci frequentavamo ed avevamo un rapporto completo e travolgente. Sembrava che l’amore ideale, quello che si legge nella poesia, quello raccontato dagli inguaribili romantici, quello vagheggiato nella prima giovinezza, esistesse davvero. I vo-luttuosi sensi e i sogni dell’anima raggiungevano in noi una sintesi perfetta, in un tutt’uno di anime e corpi.
Ma dopo qualche tempo lo spettro della discordia cominciò a veleggiare beffardo sul nostro amore.
Marco, elevando la sodomia a culto supremo del piacere, chiedeva con tenacia la soddisfazione dell’estasi anale, cosa che io continuavo a negargli non già perché ritenessi tale pratica “contro natura”, (tesi alquanto opinabile), ma piuttosto per un motivo di ordine speculativo. Avevo improntato la nostra relazione su di un piano di perfetta corrispondenza, ed ora mi sembrava che la cosa si squilibrasse a vantaggio del un suo senso di dominio e di supremazia. Glielo negavo anche perché vedevo nella sua richiesta la negazione del rispetto dei limiti e delle inibizione altrui, sia pure su di un tema tutto sommato marginale, a cui tuttavia tenevo moltissimo.
Marco continuava ad insistere con tale caparbietà che alla fine, per salvare il salvabile, fui costretta a capitolare, e abbandonai la mia ultima roccaforte di retrovia.
Nel giorno stabilito per l’ “iniziazione” mi recai all’incontro con molta apprensione, paventando chissà quali orribili tormenti, ma lui mi accolse con un sorriso che voleva essere rassicurante e cominciò a sentenziare sul vero amore, che non consiste in una concessione, ma in un dono offerto con semplicità e fiducia, quindi mi invitava a deporre ogni resistenza e di "lasciarmi andare".
L’ambiente, accuratamente programmato con luci diffuse, dolce musica di fondo e quant’altro, mi offese, perché somigliava piuttosto allo scenario di un rito esoterico di cui io rappresentavo l’oggetto iniziatico.
Dopo avermi baciata con maggior slancio del solito mi dispose accuratamente per la funzione, sistemandomi prona sul letto con il mio sedere generoso bene in alto e le gambe oscenamente divaricate. Un bacio leggero posò sulle mie natiche sfiorandole appena con le labbra dischiuse. Indi cominciò a lubrificarmi l’ano preordinandolo con cura alla dilatazione. Alla fine arrivò il momento fatale: poggiò il suo membro sul mio buchetto e cominciò ad operare lentamente. Superai brillantemente le doglie del primo impatto e alla fine penetrò dentro di me, come un piolo nella madre terra, iniziando, con molta cautela, i ritmici movimenti del coito.
Tutto sembrava svolgersi secondo copione.
Ma all’improvviso accadde un fatto assolutamente inaspettato che mi fece diventare rossa per la vergogna gettandomi nella più profonda frustrazione. Una incontrollata fuoriuscita di aria dal culo gelò l’ambiente magico da lui creato, facendolo precipitare in una realtà molto più vile e prosaica.
Contrariato, tirò fuori il membro (o meglio fu il membro che uscì di sua spontanea volontà) e disse flemmatico: “Dai piccola mia, sco-reggia pure, tira fuori tutta l’aria che hai nella pancia e poi ricominceremo”
Non sapevo che la sodomia implicasse tale bisogno, ma a me capitò così, e la quantità di peti che emisi fu veramente sconcertante. Non riuscivo più a trattenermi, o forse non volevo, e ad intervalli regolari emettevo ventosità rumorose e maleodoranti, mentre Marco alle mie spalle guardava attonito il mio fondo schiena che tuonare in maniera indecente. Alla fine rimasi così, ferma, in quella posizione, paralizzata dalla vergogna e dalla svalutazione di tutto il mio vissuto emotivo e comportamentale, finché Marco, ripresosi per primo, mi chiese se quel terremoto fosse finito. “Si, credo di sì – risposi – ma adesso c’è un altro problema. Ho voglia di cacare”.
Fu certo un rifiuto viscerale inconscio a tutto il contesto, ma fu anche la fine del mio sogno……

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