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il dottor verri
Scritta da: IL MARITO DI BARBARA (6)

Dal diario di Barbara 11 settembre 1989

Mi chiamo Barbara, ho 22 anni, e sono una super porcellina. Mi piace il sesso: con gli uomini, da sola…,lo adoro, proprio.
Una “vocazione” che ho scoperto solo 2 anni fa, ma che da quel momento sto assecondando con tutto il mio impegno. Per raccontarvi le mie avventure, però, credo proprio che sia fondamentale cominciare da “quella volta”, cioè dal momento in cui compresi di essere una vera porca e di non poter fare a meno di sesso quotidiano e sempre nuovo e bollente.
Avevo 20 anni e un fidanzato, Max, con cui scopavo spesso ma non sempre con soddisfazione. Eravamo giovanissimi, va detto – lui aveva qualche mese meno di me, e dunque l’esperienza ci mancava. Però lo facevamo tutti i giorni, al pomeriggio, quando sua madre doveva rientrare ancora dal lavoro. Eravamo curiosi e vogliosi, e per divertirci usavamo anche oggetti. Cioè, a dirla tutta, era lui che amava giocare con il mio corpo masturbandomi con quel che ci capitava a tiro: un tubetto di crema di sua madre, una zucchina presa dal frigo, uno strumento per pestare verdura che sua madre teneva in cucina. Tutto era occasione di gioco, di divertimento erotico. Una coppia di giovani studenti, insomma, normali e innamorati.
Fu in quel periodo che cominciai a soffrire di bruciori vaginali. La fichetta mi prudeva spesso, era irritata, mi pareva anche più gonfia del solito, e spesso mi uscivano delle perdite giallastre molto spiacevoli e fastidiose. Ci misi un pò a capire di avere una infezione, ma quando realizzai, pensai fosse giusto consigliarmi con il ginecologo di famiglia, affinché confermasse i miei sospetti e mi indirizzasse a una cura efficace.
Entrando nello studio del dottor Verri, il vecchio dottore che aveva seguito mia madre e mia sorella Silvia che ha 6 anni più di me , mi sentii molto a mio agio: lo conoscevo da sempre, la sua barba grigia era rassicurante come i suoi spessi occhiali e la sua voce calda.
Attesi seduta, leggendo le riviste della sala d’aspetto, che tutti le altre pazienti andassero via: volevo un consulto tranquillo, senza interruzioni, senza fretta. Così, lui non si era nemmeno accorto della mia presenza: mi vide solo quando, già con il cappotto addosso, si preparava ad uscire dallo studio.
“Barbara!" mi disse venendomi incontro e sorridendo. “Come stai piccolina? Che succede? Entra, entra”. Si tolse il cappotto rivelando una figura appesantita dall’età. Io non lo vedevo da un anno intero, da quando, cioè, mi aveva fatto uno dei controlli di routine. Lo trovai invecchiato: d’altronde doveva avere più di sessant’anni ormai, e le rughe cominciavano a farsi molto spazio sul suo volto, che però si conservava sempre aperto e gioviale.
Seduta di fronte a lui, esposi subito e senza vergogna il mio problema. Lui annuì, si accarezzò la barba e poi mi chiese, fissandomi negli occhi: “Vai a letto con il tuo ragazzo, piccola Barbara?”. “Certo”, gli risposi senza imbarazzo. E lui di rimando: “Ma anche con altri? oppure pensi che lui possa andar con altre ragazze”. Ridacchiai. “No – risposi sicura -. Siamo una coppia fedele”.
Lui mi guardò ancora e riprese: “Dai sintomi che mi descrivi però devo pensare ad una infezione vaginale. E questa si contrae solo con dei batteri “esterni”: per cui, se siete una coppia fedele, non vedo da dove puoi aver preso la micosi che, immagino – ma per dirlo con certezza devo visitarti – hai”.
Non sapevo cosa rispondere e me restai lì, seduta e ad occhi bassi. “Va bene – disse il dottor Ferrari – vediamo cos’hai”.
Si alzò e infilò un paio di guanti di lattice, invitandomi a togliermi collant e slip. “Tieni pure la gonna – mi disse -, poi sali sul lettino, sollevala e apri le gambe.
Eseguii. Mentre mi alzavo sulla vita la gonnellina jeans, cominciavo a sentirmi imbarazzata. Il dottor Verri, ancor prima di cominciare a visitarmi, mi guardò il sesso e mi chiese: “Ma qui hai una piccola lacerazione, Barbara. Cos’è successo? Un rapporto forzato?”
Dovetti dirglielo. Il giorno prima, in uno dei nostri soliti giochi, Mimmo aveva preso dalla cucina un cucchiaione da gelato, ma mentre me lo spingeva dentro e fuori dalla fica, io avevo sentito un forte dolore, e poi, a casa, avevo trovato del sangue sullo slip. Mentre spiegavo questo “incidente” al dottor Verri, lo vidi farsi pensoso. Accarezzandosi la barba, mi chiese se eravamo soliti fare altri giochetti con oggetti, io e Max. Non potei mentirgli, e gli spiegai un po’ tutto. La situazione era quasi grottesca: io lì, distesa a gambe aperte davanti al mio vecchio medico, a confidargli le manie mie e del mio ragazzo.
Il dottore mi poggiò una mano sulla coscia, si avvicinò al mio sesso e, fissandolo, disse: “Vedi, Barbara, masturbarsi con oggetti può rivelarsi, oltre che pericoloso per via di tagli ed abrasioni che puoi procurarti, anche perché puoi venire a contatto con virus e batteri ed infettarti. Ora devo visitarti a fondo, per capire cos’hai”.
Sedette su uno sgabello, ai piedi del lettino. Lo guardai, al di là della mia gonna jeans. Era rosso e congestionato in viso, una vena gli si era gonfiata sulla fronte, leggermente imperlata di sudore.
“Devo adattarti un pò il sesso per fare una visita accurata”, mi spiegò, con una voce, mi parve, rotta da….emozione? Eccitazione? Forse, non ne ero sicura.
Si infilò il medio guantato in bocca, lo umettò bene, poi me lo passò sulla vulva. Sussultai, un pò per la sensazione in sé, un pò perché sapevo che quel calore umido che sentivo era dovuto al suo passaggio. Lui ripetè l’operazione due, tre volte, allargandomi le grandi labbra con le dita dell’altra mano.
“Molto bene – mormorò – cominci a inumidirti. Brava”. In effetti ero parecchio eccitata, adesso, ma leggermente in imbarazzo. “Lo fa per visitarmi accuratamente – pensavo – ma sono tutta bagnata e pulsante, ed è il mio medico di famiglia! Oddio…speriamo non lo dica a mamma e papà!”
Chiusi gli occhi, vergognosa del mio stato, e sentii un dito del dottore che mi entrava dentro, poi un altro. “Bella dilatata, sì – lo udii dire – brava Barbarella, brava”.
Mosse le dita dentro di me e io sentii un brivido caldo scendermi lungo i reni. Aprii le cosce, con un movimento spontaneo. Il dottore mi accarezzava l’inguine, sospirando, mentre con le due dita della mano destra dentro di me frugava e massaggiava. Quando mi toccò il clitoride con il pollice della sinistra, finalmente realizzai: mi stava masturbando! Non era più una visita, ma…cosa? Non ebbi il tempo di chiedermelo: il suo massaggio sul mio clitoride si fece insistente e rapido, mentre io lo assecondavo ruotando il bacino e ansimando. Avevo il respiro pesante, e il vecchio medico se ne accorse. “Ti piace, eh, porcellina? Sei proprio una sporcacciona. Ti piace godere, eh? E io ti faccio godere…ma non, come il tuo ragazzo, con oggetti che sono il surrogato del suo piccolo cazzo. no, bel bottoncino che non sei altro…io lo faccio solo con le dita. Ti regalerò un orgasmo che non dimenticherai mai”.
E dicendo queste parole, cominciò a sditalinarmi con ritmo perfetto il clitoride. Su e giù, su e giù, assecondando ogni mio movimento…sembrava si accorgesse di quando volevo che aumentasse o diminuisse la velocità. Ero fradicia e vogliosa, smaniavo sul lettino, mentre lui, incantato, fissava la mia fica spalancata e mi massaggiava il grilletto col pollice. Venni gridando, all’improvviso, schiacciandomi la mano del dottore sul sesso, sussultando e spalancando le cosce.
Rimasi lì, a gambe aperte, per un paio di minuti, poi mi mossi, per scendere dal lettino. Ma il dottor Verri mi fermò. “Stai lì cara – disse – non ho finito la visita. Devo controllare una cosa”. Rossa per l’orgasmo violento appena concluso, ma anche per la vergogna, restai sul lettino. Il medico si alzò in piedi, si piegò sul mio sesso e senza esitare mi infilò dentro il dito medio, poi, una volta arrivato in fondo alla vagina, lo piegò. Poi, lentamente, cominciò a massaggiarmi dentro. Avvertii quasi subito piacere. Un piacere leggero, ma delizioso. Il dito dentro di me si muoveva lentissimo, disegnando, mi pareva, minuscoli cerchi in un punto sconosciuto del mio corpo, che sentivo diventare duro.
“Ti piace?” mi chiese il dottor Verri. Feci sì con la testa. “Cosa senti? Descrivimelo ….mi serve per capire cos’hai”. Sapevo che era una bugia, ma risposi, con voce malferma. “Sento un gran caldo dentro. E’ bollente. E sento la necessità che lei mi strofini, dottore, proprio lì dove sta toccando ora. Mi strofini, dottore, la prego. Più forte, più forte”. Lui ridacchiò e disse: “Sei proprio una porcellina impaziente, eh? Dai, fai la brava, prendila con calma…godrai di più”. E dicendo così mi massaggiava quel punto in maniera tormentosa, piano, piano, ma senza fermarsi, tanto che cominciai a godere quasi senza accorgermene. Iniziai a muovere i fianchi sollevandoli, per assecondare il massaggio di lui. aprivo le gambe al massimo, e sospiravo forte, calda, vogliosa, più porca che mai, per poi chiuderle di scatto e spingere indietro.
“Cosa mi tocca, dottore? Impazzisco di piacere. Oddio…..oddio….che meraviglia dottore, non smetta, la prego…oooohhhhh sì continui, non smetta, non smetta, di più, non smetta la prego oooohhh oooooohhhh oddio continui…”. Era l’orgasmo più incredibile della mia vita. Godevo, godevo, e non riuscivo a concludere. Il dottore mi teneva inchiodata sul lettino con un dito, che mi titillava un punto della fica che non credevo esistesse. “Ti piace eh, porcellina? E’ il punto G…e come vedi non è una fantasia, esiste davvero. Basta schiacciarlo per farti morire di piacere”. E continuava a premerlo, questo punto sconosciuto del mio corpo, che sentivo divenuto durissimo e calloso, rugoso quasi, sotto il suo dito. Impazziii di piacere per quattro, forse cinque minuti, poi il dottor Verri si staccò da me. “Sono stanco, Barbara, scusami”.
Io restai sul lettino, incollata lì dal piacere, dalla spossatezza, dal sudore e da scosse di brividi. Il dottor Verri si annusò le dita guantate e sentenziò: “Hai una bella candidosi. Ora rivestiti”.
Si avviò alla scrivania, asciugandosi il sudore dalla fronte con un fazzoletto di carta.
Buttò via i guanti, sedette, prese il ricettario ed inforcò gli occhialini da vista. Io, confusa, mi alzai, presi slip e collant dalla sedia e li infilai velocemente, poi mi abbassai la gonna di jeans sui fianchi e mi sedetti di fronte al vecchio medico. Era come se non fosse accaduto nulla: una specie di delizioso, eccitante sogno erotico.
Il dottor Verri aveva ripreso tutta la sua aria professionale, con gli occhialini sul naso e il suo viso pacioso. Mi prescrisse una pomata vaginale e un antibiotico per bocca. “E per un pò – mi ammonì – evita giochetti. La vagina femminile è delicata, non va strapazzata, piccola mia”.
Mi salutò con un buffetto bonario sulla testa, mi accompagnò alla porta dello studio e disse: “Bene cara, va pure, salutami i tuoi genitori, e mi raccomando, fai la brava”.
Uscii di lì con passo malfermo e una sensazione di piacevole calore al sesso, al solo pensiero di quel che avevo fatto con il dottore.
E mentre mi avviavo verso il motorino, decisi: il sesso era troppo bello per “sprecarmi” a farlo solo con Max. Il vecchio medico mi aveva svelato una grande verità: ero una porcellina. E mi si sarebbero aperte mille porte di piacere, se solo avessi assecondato questo mio lato della personalità, senza più star lì, a far la fidanzatina fedele. Da lì in poi avrei ascoltato con più attenzione le mie voglie e avrei cercato di assecondarle sempre.

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