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Una ragazza e il suo ano
Avevo diciannove anni la prima volta che mi sono cacata addosso. Da giorni fantasticavo sulle proprietà erotiche della merda – della mia merda, di quella delle mie amiche, di quella del mio ragazzo –: tanti sporchi giochetti si erano materializzati nella mia mente che mai aveva osato spingersi così oltre i confini del sessualmente lecito. Una voglia inspiegabile che mi turbava e mi eccitava allo stesso tempo, nata circa un mese prima, mentre ero seduta sul gabinetto.
La porta del nuovo piacere si era spalancata nell’istante in cui uno stronzo più grande del normale, ma di consistenza sufficiente cedevole, aveva dilatato con risolutezza il mio ano: era scivolato velocemente dall’intestino sulla porcellana del cesso, con dolcezza – un suono sordo, una scoreggia appena accennata – trasmettendomi un’intensa sensazione che associai istintivamente all’orgasmo ed alla felice libertà degli animali. L’odore che ingombrò la stanza da bagno mi parve una fragranza che mai avrei pensato di associare alla cacca. L’ano si richiuse ed emisi l’ultimo fiotto di pipì. Pulii il culo con la carta – non fosse stato irraggiungibile, avrei usato la mia stessa lingua – ed annusai la macchia marrone che vi avevo lasciato sopra. La fragranza di merda gonfiò nuovamente la mia mente. Poi l’incantesimo svanì con la stessa velocità con cui era apparso, e mi assalì la vergogna. Cosa stavo facendo? Cacciai la carta igienica nel cesso e tirai l’acqua.
Per tutto il giorno riuscii a seppellire il ricordo di quella strana esperienza sotto gli spessi strati della coscienza, ma la notte lo disseppellì con la forza dei sogni. Incatenata al letto, ero sottomessa da donne sconosciute, bellissime, dai fianchi larghi e dalla pelle candida e levigata: a turno accostavano le natiche alla mia faccia e si liberavano di escrementi sempre diversi e sempre deliziosi. Ogni sfumatura del marrone colorava il mio viso. Quella materia calda ed umida guizzava dagli ani eleganti delle mie aguzzine, a volte adagiandosi lentamente sul mio corpo, a volte zampillando come da una fontana. Mi svegliai, ma non aprii gli occhi. Subito portai la mano alla fica, ed iniziai a masturbarmi. Mi fosse scappata la cacca, avrei imbrattato volontariamente le lenzuola, sarei esplosa con violenza quella mattina, gonfiando le mutandine ed il pigiama della materia di cui erano fatti i miei desideri. Invece mi limitai ad esplorare l’ano con le dita della mano libera, e portai alla bocca il sapore catturato tralle unghie. Poi deflagrò l’orgasmo, e spense la magia. Nuovamente il senso di vergogna s’impadronì di me.
I giorni che seguirono furono contraddistinti dalla tensione del desiderio e dalla frustrazione del rimorso. Mi ripromettevo di smetterla con quei comportamenti deviati, ma appena avevo lo stimolo, ne approfittavo per chiudermi in bagno e liberarmi nelle posizioni più impensate: in piedi, in ginocchio, a testa in giù. Una volta sotto la doccia mi cacai sulla mano. A scuola ero preda di fantasie ad occhi aperti. Immaginavo di essere nella mia cameretta con Paola – la mia compagna di banco – e di farle indossare un pannolino, di farla distendere prona sul letto e di guardarla mentre defecava da quel suo culetto tutto ossa. Poi le toglievo il pannolino e la pulivo come fosse una bambina. Oppure immaginavo di perdermi nei campi, e di essere sorpresa da contadini rozzi e brutali, con volti scavati dal sole, mentre in ginocchio cacavo trai filari. E quelli mi prendevano e mi sodomizzavano, il culo ancora sporco di merda, mi ficcavano le dita nella fica facendola sanguinare, mi costringevano a succhiare i loro cazzi sporchi e maleodoranti, mi venivano in faccia insultando la mia purezza. Poi mi lasciavano sulla terra, sopra la mia stessa merda, e si congedavano sputandomi addosso. Fantasticavo anche sulla professoressa d’italiano, dalle tette enormi e cadenti: immaginavo che mi conducesse per mano nel cesso, mi facesse sedere sulla tazza, e mi guardasse cacare fulminandomi col suo sguardo severo.
Un giorno, tornando in treno da scuola, mi resi conto di essere sola nella carrozza. Avevo appena scoreggiato rumorosamente, ed istintivamente avevo alzato gli occhi preoccupata che qualcuno mi avesse sentito. Non c’era nessuno. Mi scappava forte, sentivo la cacca che si affacciava sull’ano, che premeva per uscire. Un’idea folle balenò nella mia mente. Perché non farla lì? Bastò il pensiero: mi misi in piedi, appoggiai le mani al sedile di fronte, dilatai le gambe, piegai leggermente le ginocchia, e cominciai a spingere. I jeans opponevano una strenua resistenza alla materia fecale che con vigore spingevo fuori dall’intestino. Finalmente una scoreggia fragorosa urlò alla carrozza che la cacca aveva avuto la meglio. La merda era schizzata ovunque aveva potuto: era finita tutt’intorno alla figa – la sentivo tralle piccole labbra che carezzava il clitoride – la percepivo sulla pelle delle ultime vertebre, sulle natiche, sui tendini delle gambe, sul retro delle cosce. Mi misi a sedere. La pressione accentuò la sensazione di umido sulla pelle, e la preziosa argilla s’espanse ulteriormente. Iniziai a pisciare, colorando irrimediabilmente i pantaloni.
Ancora oggi, a distanza di dieci anni, mi viene da ridere pensando a come raggiunsi casa mia dalla stazione. Ma questa è un’altra storia.

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