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Un incontro carnale ma non troppo
Come profuma il mare. L’aria fresca penetra dalla finestra e si diffonde col suo aroma salino nel primo tepore del giorno di primavera.
Che mare quella mattina. Il quartiere si beava affacciato a guardare l’alta possente nave da carico che si lasciava cullare ancorata quasi sotto le finestre. Sembrava una “fanciulla al bagno” di Ingrès. Girava lentissima sulle ancore, altera e sussiegosa, la poppa agli occhi dei curiosi sulla luccicante distesa d’acqua appena smossa dalla brezza marina.
In quel giorno l’ho avuta, non la nave, la mia Lei. L’ansia di ottenere un incontro. Le tiritere di e-mail, di scritti, di passi falsi, di perdite di tempo, di ripensamenti, di rimorsi, di esitazioni, di infinita curiosità, di desiderio riempivano i momenti in cui mancavano contatti, s’interrompevano. I laconici segnali, le distanze vere o immaginate subite. L’attesa febbrile di una conoscenza da non rimandare. La coscienza del danno che avrebbe potuto provocare o il bene che avrebbe donato un attimo di concupiscenza. E il domani cosa sarebbe stato? Una sequela di giorni trascorsi in attesa che di un risveglio, di una scossa. Un suono di carica che spingesse a nuovi incontri, a nuovi patemi d’animo, a nuovi battiti. O, forse, ai soliti esaltanti scontri di fantasie conclusi in deprimenti solitudini.
Alta, slanciata, volgarmente detto, di coscia lunga. Incarnato pallido tranne che per il volto scurito dall’abbondante fard. Bistrata di verde intorno agli occhi. Parrucca bionda corta ben calzata alla maschietta. Inquietante, sinuosa nel movimento, ma non eccessiva. Tacchi vertiginosi. Non so immaginare l’impressione che Lei ebbe del suo interlocutore, cioè io. Fino ad allora avevo vissuto solo nel suo immaginario come lei nel mio; ora ci concretizzavamo innanzi agli occhi. I suoi volevano essere dolci, ma velavano un istante di timore. Cordiali ma riservati, non parlammo molto. Lei, forse, volutamente riservata, io, involontariamente, timido.
Ci ritrovammo, io, in piedi, teneramente chino su lei seduta sul divano che la baciavo. Il rossetto si stampò sulle mie labbra e lei con un sorrisetto conciliante consigliò di spogliarmi per evitare che macchiassi la camicia. Quel tumido tocco col carico di burrosa sostanza m’inebriò. Tremando in ogni fibra dentro di me, mi spogliai con brevi gesti. La guardavo, intanto, semi-sdraiata sul divano, le gambe affusolate e blandite da trasparenti calze di seta color carne, accavallate con studiata maestria ed eleganza. Il reggicalze in tinta si stagliava sul candore dell’alta coscia nuda, poggiando sul pizzo trasparente che nascondeva il bene del paradiso. Il corpetto scuro guidava l’occhio verso il davanzale del moderato gonfiore del seno. Il viso era atteggiato in compunta, complice attesa.
Nudo lasciai che le nostre pelli si incontrassero e comunicassero. Calando su di lei avvertii il calore del nervoso corpo, pieno di voglie velatamente nascoste. Toccai le mammelle tonde e sode, maschie, mentre volavo a succhiare i capezzoli irretiti da quel gioco perverso. Ci slinguammo un poco, tastandoci nei punti più eroticamente sensibili, uscendo ed entrando ripetutamente, profondamente nelle bocche aperte ad accogliere il nostro lascivo desiderio che, incontrollato, emetteva una scia di bava come una tela di ragno. Accostai fremente la mano all’inguine. Lei collaborava aprendo a ventaglio le lunghe gambe velate e con vellutata sapienza le tirai fuori il gioiello. Fu come trarre dal nido un caldo, indifeso, timido uccello. Tenero e nello stesso tempo corposo vivo batuffolo come una palla di piume. L’ampiezza della sua base era sproporzionata rispetto alla cuspide affilata che si andava innalzando verso il cielo. Un cielo di carne. Eppure la sproporzione era la sua bellezza. Lo guardavo e manovravo con la stessa gentilezza e, insieme, fermezza con cui si maneggia un oggetto prezioso, girandolo da tutti i lati e baciandolo, ma attento a non farlo cadere. Il turgido conico glande, sensibile alle carezze, aumentava di dimensioni e stirava il teso prepuzio arrossato che si attaccava con piccola escrescenza carnosa al limite estremo. La splendida intrattenitrice si alzò di scatto e con la culòtte abbassata alle caviglie mi sussurrò con tremore orgasmico: “Attendi un attimo...”. Scappò verso la camera che, immaginai, essere più idonea alla partouse amorosa a passettini impediti dal pizzo che si dibatteva sulle alte caviglie sopraelevate di quindici centimetri sul tacco a spillo. Restai al centro della sala arredata con gusto, attendendo la sua voce. In un attimo mi invitò ad entrare. La vidi alta, armoniosa nella penombra. Mi accostai, la toccai, si lasciò cadere di schianto supina per tutta la larghezza del letto a due piazze, il sottostante lenzuolo appena teso, la coperta affastellata in un angolo per l’eccessiva fretta.
Due bianche rotondità frementi che discendevano nel lungo solco mediano si aprivano a occhi desiderosi: coulisse in attesa dello scorrere del divino strumento che dilettasse con musiche arcane l’intelletto dei loro fruitori. Quell’attimo fu denso, perché il sesso, scoperto da qualsiasi preservante guanto, si sentì affranto dal colpevole sentimento e rifiutò l’incontro profondo tanto desiderato. Sovrapporsi, scomporsi e ricomporsi, baciare e succhiare, posizionarsi in modo alterno sì da sorbire i rispettivi umori, avere per cielo l’ocello della dischiusa farfalla che succhia il nettare dal tuo fiore, dal suo bocciolo, godere e donare, sentirsi strappare dal cuore, dall’anima, dall’essere il nulla, il tutto; fu tutto un crescendo che voleva sanare la ferita di non potere amare profondamente. Ansimavano i corpi, s’amavano e forse si odiavano. Al fine riversi, sommersi dall’onda infame immensamente desiderata e a lungo repressa per concedere più senso al godimento perverso, scacciata per consentire il reciproco dono, esausti, furono travolti dal getto fuggito dalle reni di entrambi. Che arrivato non fosse! o che avesse la forza di scorrere perenne come fiume che nasce e che mai non finisce! L’eterna goduria, l’eterna lussuria, la costante delusione di una snervante, irrituale, inevitabile fine.
Fu gioco, fu spasimo acuto, fu delirio, fu vero, fu falso, fu l’incanto di un’ora di danno!
Eppure quell’ora, quel frammento di godimento è fluito come l’ombra di un falco disceso dal cielo che strappa la vita dal nudo petto risalendo nel cielo con bottino di rapina, ancora palpitante il cuore tranciato, pronto a piombare dall’alto su di una nuova preda.
E’ finita. Esce di scena la dolce fanciulla.
Il mare si consuma nello rilucente sole che bacia i nostri pensieri con ritmo usuale. La vita riprende con fare distante, normale.

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