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Troia
Scritta da: Carma (1)

Gli toccava le palle, quella troia. Come sapeva farlo lei non lo sapeva fare nessuno. Le tastava nella sacca pendente con delicatezza; senza stringerle; quasi misurandone la dimensione. Allungate come uova, le definiva con le dita inseguendole nella matassa dei tubuli seminali. Piano piano accarezzava e stringeva quel tanto fino a trarne un mugolio di patimento. Poi allentava la presa e lo stallone sfiatava, scalpitava sul punto di ritrarsi, senza mai averne la forza, spinto dal desiderio di andare oltre sul baratro della perdizione. Tutto si giocava al limite della sopportazione che lei non valicava, oramai, conoscendo molto bene le regole del gioco. Non era gradevole ricevere bestemmie se solo gliele avesse torte in maniera eccessiva sarebbe stata mandata a farsi fottere. Non che non fosse abituata. C’era stata inviata a bizzeffe, a iosa, di volte, molto spesso a ragione, poche a torto per eccessiva sensibilità, finché non aveva imparato. Lei, però, se ne fregava e rideva, le poche occasioni che capitavano. Operava con la precisione di un chirurgo, anzi di un veterinaio e con la dovuta professionalità. Senza eccessivi coinvolgimenti. Come una prima donna conosceva tutte le arti sceniche, ma il suo capolavoro insuperabile era nella finzione dell’orgasmico travaglio. Rientrava saldamente nel bagaglio professionale.
Il baio irrequieto scalpitava, chino a quattro zampe, inginocchiato sul letto, impaziente di sentirsela addosso. Mentre lei infilava la mano sinistra in mezzo alle gambe e palpava fra le cosce aperte, accarezzando con dita esperte l’area perianale, scendeva lentamente verso lo scroto.
Apprezzava a lungo i testicoli soppesandoli con cura, fino a consumarli. Con calma, si divertiva a osservare il moto meccanico, il riflesso condizionato di quel fascio di nervi che si lasciava lisciare le palle. Ogni volta che stringeva gli appendicoli, la testa ciondolante del conturbato animale si rivoltava all’indietro con meccanico gesto e un’inspirazione violenta gli trapassava i polmoni, per tornare a ciondolare in basso non appena la dolorosa fitta fosse finita.
Procedendo nella marcia di avvicinamento, le dita della mano sinistra, dischiuse le folte chiappe, avevano superato le crespe della fossa anale, lungamente saggiate perimetralmente ed in profondità e dalle palle ottimamente maneggiate scivolavano, con studiata capacità, verso il carnoso canale uretrale che desolato pendeva, privato delle attenzioni che pur meritava se gli fosse stata offerta la possibilità di esprimersi nella potenza delle sue dimensioni. Con l’indice e il medio della destra la brava mandriana mungeva dal turgido capezzolo inguinale il liquido prostatico copiosamente stimolato dalle descritte emozioni anali e dagli sfegamenti dei testicoli. Raccolto il liquido filamentoso che scendeva in forma di lunga bava, lo spalmava sul sensibile frenulo, lubrificando gli ingranaggi. Tirava la pelle intorno al prepuzio ricoprendo il glande; poi l’allontanava facendo scorrere la guaina sull’asta e rivelando i mille intarsi dei canali sanguigni che pompavano linfa al tomento della tanto attesa estasi. Titillava così l’esperta psicologa e di sottecchi misurava l’espressione della “cavia”, valutando le reazioni del paziente alla cura. Improvvisamente l’indice e il pollice svelsero verso l’addome, pendente per gravità, la pelle che si avvolgeva sull’asta denudando la carne rossastra. Lo scotto fu forte e nello spasimo si protese la nuda asta innervata dal corso di azzurrini fiumi sottostanti che pulsando si affannavano a recare il preteso contributo all’erezione in avanzata fase.
In quell’attimo l’imbocco fu addotto e l’ingoio compiuto. Nel dolce nido delle labbra ovattate, il caldo palato umettava il cavernoso membro che s’agitava di mille vite. L’asta, trattenuta alla base da abile mano, saliva e scendeva, entrava, arretrava ma non usciva, incollata dal desiderio di eterno godimento. Al limite dell’uscita subiva l’affronto gradito (oh se gradito!) della lingua che colpiva come frusta in pieno viso, pardòn, sul frenulo rosso per lo sforzo di trattenere la superiore testa del cazzo. E subito precipitava in profondità, penetrando nel meato orale.
L’umana bestia costretta alla postura quadrupede, fremeva e vibrava, ansimava e sbavava, soffriva e tremava. Propenso a gridare, non poteva, condannato a godere nell’encefalica sintesi di tendini e muscoli che non smettevano di inviare al cervello infiniti segnali di piacere, ingovernabile flusso di perversi sentimenti. Il cedimento, il tracollo fisico vicino: le spalle non reggeono più il peso del piacere troppo intenso, senza sfogo. Stordito da tanto godimento, il meschino traballasulle braccia, le cosce gli tremano. Solo il pene vortica danzando con la inesauribile dama.
L’intenso eretismo schianta il turgido oggetto di tanta attenzione. La feroce bestia, divincolandosi, vuole sangue. Ma s’interpone la ragione e rovescia la belva furente. Crollata di schianto sull’angusto letto, cerca di soffocare col vento l’ardente fuoco che brucia l’asta, in procinto di esplodere in mille pezzi. Bofonchia dannazioni sconnesse, l’empio manutengolo dell’inganno e, fatto pompiere, vuol spegnere il tizzone ardente alleviando l’ardore.
Ma la rivale furente, pronta, con un balzo gli è sopra. Lo atterra, lo spalla, lo stende. Con rapida mossa gli afferra il cardo, lo agguanta e non sfugge alla presa; a se lo piega, lo forza verso la chiusa. Dilatato il velo appare la lucida grotta. Lo sospinge all’interno. La lama penetra nel fodero di carne e di sangue. Lei lo calca a candela calando sulla pancia dell’ inerte fuco. Dilatate le cosce aperte ad accogliere tanta abbondanza, lo mena agitando la sua materica natura sotto gli occhi sbigottiti che, fuori dalle orbite, si dannano dal corpo eroso da inguaribile male. Balla una danza sfrenata l’addome procace sormontato da due seni, due palle di burro, che schiaffeggiano, urlando arroganti, le guance del povero reperto umano. L’erinni lo strazia. Come scimmia impudica, laida, lubrica lo cavalca sfrontata. Uno strappo; è finita. La piena è fuggita. Si allargano i gorghi. Attenti alla riva! Travolti sono i corpi! Uno due tre, quattro e... cinque botti. Si attenua la lena, scorre, ansima, sofferente, dopo tanta violenza. Pian piano torna tranquilla la vita.
Mentre il mentecatto riemerge dallo sconquasso, l’odalisca gli è accanto, lo conforta, toglie il guanto dal flaccido tubercolo, svanita l’antica potenza, lo strozza annodandolo, lo butta nel cestino insieme ai derelitti fratelli. Si sistema la gonna, si chiude il corpetto, s’accende una sigaretta e inala osservando l’orario. Attende guardando dalla finestra, prende quel che le spetta. Un sorriso, se è il caso un bacetto sulla guancia e poi l’addio:“Ciao, tesoro”.

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