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Mia zia
Mia zia è sempre stata una bella donna. Non una modella, questo no, ma una signora curata di un certo fascino che sapeva di piacere e che, con un pizzico di malizia, si sapeva mostrare. Negli ultimi tempi poi, causa l’accentuarsi dell’infinita crisi matrimoniale con mio zio, gli atteggiamenti “esibizionisti” erano aumentati.
Io da tempo sospettavo che lei avesse un debole per me, nonostante io fossi un ventenne e lei ne avesse quasi il doppio. Qualche sguardo che indugiava più del necessario o una strusciata complice nello stretto, un abbraccio con le mani che andavano fuori posto per un attimo, dove era proibito, con annesso bacio in zona calda. Tutti segnali che nel tempo ti lasciavano una serie di indizi compromettenti, senza dubbio.
E così arrivammo all’estate, al compleanno di mio cugino, suo figlio. Ci invitarono nel pomeriggio nella loro villetta e ci piazzammo tutti in giardino a chiacchierare e a mangiare torta e pasticcini. In realtà io arrivai più tardi con comodo, non amavo particolarmente trascorrere la domenica in quel modo. Almeno fino a quella volta…
Mia zia era in tiro, indossava una canottiera nera corta e attillata che le faceva risaltare il bel seno tondo e, in più occasioni, le scopriva l’ombelico. Inoltre portava una lunga gonna di cotone bianca, di quelle leggerissime come un velo, che lasciava intravedere la mutandina nera. Quando si metteva in controluce poi, si vedeva di netto il profilo interno delle belle cosce, mandandomi decisamente in tilt.
Lo ripeto, mia zia mi aveva sempre in qualche modo affascinato, ma quel giorno c’era qualcosa di più, un’attrazione magnetica cui non potevo semplicemente resistere. E lei se n’era accorta, eccome. Perché aveva già cominciato il suo show quando io arrivai con la mia auto e lei venne a fare gli onori di casa.
Erano tutti in giardino sul retro quindi lei, senza alcuna inibizione, mi abbracciò per salutarmi marcandomi ben stretto. Si strusciò per intero, come una pantera, facendomi sentire il seno, il bacino e le gambe, e godendosi di risposta la mia erezione immediata. Delle due mani una andò a massaggiare il mio sedere prima di pizzicarlo opportunamente. In ultimo mi arrivò un lungo bacio a metà tra le labbra e la guancia.
«Bello di zia, ti aspettavo» mi disse.
Non avevo nulla da rispondere, forse arrossii pure, ma la seguii attraverso la casa deserta senza riuscire comunque a distogliere il mio sguardo dal suo didietro. Dall’esterno già si sentiva il chiacchiericcio sostenuto degli invitati.
«Vai a mangiarti un pezzo di torta, arrivo subito» disse infine mettendomi una mano sul fianco, che scivolò con maestria ancora una volta sul mio sedere per pizzicarlo.
«Grazie» riuscii a rispondere tra i denti.
Uscii in giardino, salutai tutto il parentado e mio zio arrivò subito armato con bicchiere di spumante ghiacciato e vassoio di pasticcini. Presi solo da bere, avevo la gola secca e chiusa da un groppo, e provai a rintanarmi in qualche angolino lontano dall’attenzione generale.
Ma mio zio mi blindò subito. «Vai di sopra, per cortesia, che hanno regalato a tuo cugino un qualche videogioco che non riesce a far funzionare.»
«Ci penso io» annuii.
Rientrai in casa e salii le scale. Mia zia era in camera da letto, a sinistra, mentre mio cugino era a destra, in cameretta, con un paio d’amici. Il ragazzino mi vide subito.
«Ciao, cugi, puoi venire un attimo a darmi una mano?»
«Sto arrivando apposta.»
Mi chinai sulla scrivania, m’impossessai del mouse e cominciai a controllare i file d’installazione del videogioco mentre mi spiegava il problema. Mia zia arrivò da dietro, s’appoggiò a me senza troppi complimenti e con le mani mi massaggiò la schiena, andando anche con la punta delle dita a solleticarmi sotto la maglietta.
«Ah, questi giochini» disse quasi seccata. Un’attrice.
«Risolviamo in un attimo» annuii senza smettere di lavorare.
La solita mano malandrina per un attimo si spostò sul mio fianco e andò giù, a toccare la punta del mio pene turgido che spingeva sui bermuda verso destra. Poi si allontanò di scatto, come si fosse scottata. «Dopo serve anche a me una mano, ti aspetto di là.»
Nessuno aveva notato niente, perché erano tutti concentrati sul monitor del computer.
«D’accordo…»
A quel punto non potevo essermi sbagliato, non poteva essere solo uno scherzo della mia mente. L’ultimo segnale che mi aveva lanciato era troppo evidente.
Conclusi il lavoro in fretta e furia, di fatto si trattava di una banalità, e andai in camera da letto mentre i ragazzini si davano alla pazza gioia con il nuovo videogioco ora funzionante.
«Avevi bisogno, zia?» dissi bussando alla porta mezza aperta.
«Sì, vieni, caro» rispose tirandomi per un braccio e chiudendo, stavolta per intero, la porta.
Si passò subito ai fatti, non c’era ulteriore scusa o sceneggiata da portare avanti. Mia zia mi schiacciò contro il muro. Mi abbassò la cerniera dei bermuda e tirò fuori senza complimenti il mio pene duro come marmo. Aveva l’affanno e mi masturbava con urgenza, tipico da incontro clandestino, che più clandestino non si può. La sua testa era appoggiata alla mia spalla.
Io non rimasi a guardare come un pesce lesso. Con le mani scesi sul suo sedere palpandolo con avidità. Poi le alzai la gonna fino a poterle afferrare le mutande. Tolte di mezzo con qualche acrobazia le alzai una gamba e glielo misi frontale, quasi con ferocia. Lei mugolò di dolore e piacere insieme, aggrappandosi a me con forza.
Pompammo entrambi per un po’ ma la penetrazione non era soddisfacente in quella posizione. La portai fino al letto e le salii sopra alla missionaria. Ero talmente arrapato che se fosse stato possibile le avrei messo dentro anche i testicoli. Andai secco e rapido di bacino come un motore sovralimentato tenendomi alle sue cosce, un dentro e fuori ripetuto e fulmineo che le strappò degli ululati di volume un po’ troppo alto. Mi affondò le unghie delle mani nella schiena e si bagnò copiosamente, poi intrecciò le gambe intorno al mio corpo mentre la gonna svolazzava intorno.
Poco dopo il fattaccio. Forse il sesto senso, o forse veramente di sotto si era udito qualcosa, fatto sta che lo zio la chiamò dal giardino. Mi spostai allarmato e lei sgattaiolò alla finestra socchiusa, bordeaux in viso dal piacere.
«Che c’è?» disse bruscamente. Una pantera ferita.
«Dove sei finita? Dove sono le altre bottiglie di spumante?»
«È tutto in frigo, arrivo tra un attimo!»
Nel frattempo io mi ero seduto sul letto proprio dietro di lei. Non avevo certo intenzione di rovinarmi il momento. Quando capii che il discorso era finito la guidai, prendendola per i fianchi, a sedersi proprio sulla mia rigida verga, facendo attenzione che la lunga gonna non interferisse. La penetrazione fu splendida: profonda e rovente. Non so cosa m’impedì di urlare di piacere.
Lei approvò con un gemito a labbra serrate mentre appoggiava le mani sulle mie ginocchia e imprimeva il ritmo della pompata. Alzò la testa al cielo, a occhi chiusi, e piano piano aumentava la cadenza. Senza fretta. Godendosi ogni singolo centimetro del mio pene. La gonna nascondeva ogni cosa, come lei fosse solo seduta sulle mie gambe.
Io le infilai le mano sotto la canottiera e la afferrai per il seno stringendola a me. Andammo avanti ancora un po’, poi la rovesciai di lato sul letto e presi il controllo della situazione. Con una mano le tenevo le gambe unite mentre da dietro la possedevo con meno irruenza del principio, perché ormai ero vicino all’esplodere nell’orgasmo.
Lei se ne accorse e svicolò piano, sedendosi sul letto con le gambe distese. Mi guardava con il fiatone, i capelli arruffati, gli occhi fiammeggianti e le guance arrossate. Mi misi a sedere anch’io senza sapere cosa sarebbe successo. Ero deluso perché, alla fine, ero rimasto con il colpo in canna. Sapevo che non avrei mai potuto venirle dentro, ma ci voleva perlomeno una soluzione alternativa.
Mia zia la trovò, e fu il paradiso in terra. Con un sorriso malizioso si tolse le scarpe col tacco che indossava, le gettò giù dal letto e mi prese il pene con i piedi. Una sensazione piacevolissima che non avevo mai provato prima. Erano morbidi e bollenti.
Mi masturbò come non mai, ma io non durai molto a quella novità inaspettata. Mi girai su un fianco per non inzaccherarmi i bermuda e venni abbondantemente sui suoi piedi e sul copriletto grugnendo come un maiale.
Mi sdraiai supino a braccia larghe, a riprendere fiato, mentre mia zia si alzava e mi scoccava un bacio affettuoso sulla guancia. Più da zia che non da focosa amante, come se con quella sveltina avesse esaurito le sue energie predatorie.
La guardai ripulire alla meglio con dei fazzolettini di carta e poi recuperare e rimettersi le scarpe e le mutande. Prese quindi un nuovo fazzoletto e venne a pulire amorevolmente anche il mio pene ormai afflosciato e appiccicaticcio.
«Ora fammi andare, o tuo zio non la finisce più di rompere.»
Mi alzai anch’io, mi sistemai e lasciammo quella camera da letto che, da quel giorno, non sarebbe mai più stata la stessa per me. Mio cugino con gli amici erano ancora lì che se la giocavano tranquillamente a computer, mentre di sotto la festa continuava alla grande.
Come nulla fosse accaduto.

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