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La Sconosciuta
Nonostante la sua cinquantina d’anni, Giorgio era il signore degli sguardi. Al Moonlight aveva un tavolo praticamente a sua disposizione e da anni ormai, quando voleva una donna, gli bastava andare a sedersi là per scandagliare il locale con i suoi occhi, che sapeva magnetici e irresistibili.

Era in forma Giorgio (faceva il judoka) e sapeva curarsi e vestirsi, con la catena d’oro al collo che gli dava fascino da zingaro ricco, e soprattutto sapeva, nella sua apparente estraneità, controllare tutto quanto avveniva in sala. Capiva chi stava puntando in quel momento Martina (e sapeva che con lei era inutile perderci tempo), rideva dei tentativi di Alfredo con una tipa appena maggiorenne. Infine, trovata la sua preda, sapeva attirarla a sé riuscendo, nello stesso tempo, a farle credere che era lui ad essere predato. Gli piacevano le amazzoni cacciatrici, voleva farsi portare a letto da donne nel pieno del proprio successo, trionfanti e smaniose di godersi quanto conquistato. “Il segreto – raccontava agli amici – è lasciarsi guardare, e lasciare alla prescelta la sensazione di aver diretto il gioco fin dall’inizio”. Guardarla ma soprattutto farsi guardare, con discrezione, dandole il tempo di accorgersi di quanto era bello e, solo dopo, offrirle da bere, magari con fare da ragazzino impacciato. Ed i suoi occhi d’un azzurro intenso, tendenti al blu delle profondità del mare, avrebbero fatto il resto.

Vide la ragazza e, fedele al suo metodo, non tradì alcuna emozione. Sedeva al tavolo con un signore distinto, un po’ più vecchio di lui, che fumava una sigaretta con distacco, come se fosse in quel luogo per caso. Ma era lei l’incanto della serata. Aveva un viso dolce, due occhi splendidi, ben disegnati, forse scuri anche se da quella distanza non poteva dirlo. I capelli neri scendevano morbidi sulle spalle nude che un vestito da signora d’altri tempi – lei difficilmente avrà avuto più di vent’anni – lasciava scoperte. Vestiva di nero, infatti, e ciò dava maggior risalto alla sua pelle chiara. L’abito allacciato dietro la nuca scendeva morbido sui seni fino ad avvolgerle le gambe. Stava seduta in modo compito, attenta a che lo spacco del vestito non si aprisse. E, quando ciò avvenne, per un attimo appena, un movimento armonioso della mano scese a ricoprire pudicamente le belle gambe. Non guardava in giro né parlava con l’accompagnatore, solo sedeva e aspettava, ma c’era in lei una sensualità trattenuta, come di una collegiale che, in presenza dei genitori, ritorna ad essere la loro figlioletta adorata per celare una verginità ormai perduta. Sorseggiava piano dal suo calice tenendolo con entrambe le mani.

Ad un tratto fece un gesto all’uomo e questi avvicinò l’orecchio alle sue labbra, lei disse qualcosa e lui annuì. Poi la ragazza si alzò in tutto il suo splendore giovanile, e uscì dalla sala rivelando una schiena armoniosa come poche, ed una camminata inconsapevole degli sguardi che si attirava.

Giorgio rimase deluso che tale bellezza se ne uscisse dalla sala senza nemmeno averlo notato e fu invece stupito quando poco dopo vide il suo accompagnatore avvicinarsi per chiedergli se poteva sedersi al suo tavolo. Giorgio lo fece accomodare.

L’uomo disse di essere in città per affari e che era appena stato abbandonato dalla moglie che si sentiva un po’ stanca ed era tornata in albergo. Era un tipo affabile e divertente e Giorgio pensava che uno che ha una tale figa per moglie dev’essere proprio uno in gamba. E soprattutto uno in grana. Parlarono del più e del meno per un po’ e lo sconosciuto fece notare come le donne presenti non mancavano di puntare gli occhi su Giorgio. Lui si schermì ridendo ma l’altro pagava da bere e ascoltava divertito e ammirato le sue considerazioni su quanto le donne siano fiori tanto belli quanto effimeri.

«Occorre goderne il profumo prima che svanisca, e metterle in un vaso significa stare a guardare i loro petali cadere ed il gambo piegarsi e rinsecchire.»

A queste parole l’uomo parve rattristarsi e Giorgio lo intuì subito e cambiò discorso raccontandogli di una sua avventura con una tedesca durante un viaggio a Creta. L’uomo riacquistò subito il sorriso e gli offrì un altro giro.

Dopo nemmeno un’ora l’uomo iniziò a sbottonarsi raccontandogli come, rimasto vedovo da qualche anno, aveva trovato consolazione in quel fiore di ragazza che aveva forse notato con lui poco prima.

«Molti le invidiano una donna così» si complimentò Giorgio ma l’altro si rabbuiò e diede un sorso prima di parlare.

«Vede, se lei sapesse quant’è difficile alla mia età rimanere solo, capirebbe perché non ho esitato a sposare una ragazza così giovane. Pensi: ha solo diciannove anni»

«Un uomo ha l’età della donna che ama e lei ne parla come fosse una sventura»

L’altro lo guardò mostrandogli gratitudine.

«O no, non mi fraintenda.»

Spiegò che non passava giorno senza che lui non ringraziasse Iddio per la fortuna di averla conosciuta e, superando il proprio imbarazzo con lunghi giri, ammise che il motivo della sua infelicità era che, sebbene lui fosse abbastanza ricco da garantirle ogni genere di comodità, non riusciva più ad esaudirla sessualmente ed era ossessionato dall’idea che si facesse un amante. E parimenti era torturato dalla consapevolezza di privare una ragazza così giovane dai piaceri cui aveva senz’altro diritto.

Giorgio ascoltò le parole del poveretto con crescente sgomento e comprensione, partecipe del dramma che l’altro esponeva in quanto uomo anch’egli, ma anche un po’ seccato della piega tragica che stava prendendo la serata. Del resto lui era lì per portarsi a letto una donna, non per consolare un impotente.

«Non mi giudichi» continuava l’altro, «ma è proprio per questo che siamo venuti qua questa sera. Capisce…, l’idea che possa innamorasi di un altro mi uccide, e non voglio che una ragazza così sensibile si faccia sbattere dal primo che incontra per strada. Per questo ho voluto conoscerla questa sera, prima di chiederle ciò che forse ha già capito.»

Giorgio, preso alla sprovvista, iniziò sudare un po’.

«Ecco io non so come fare, ma…, si metta nei miei panni.» L’uomo non sapeva come continuare. Aveva ora i gomiti poggiati sul tavolino, la testa tra le mani, e gli assicurava di essersi già pentito di quella situazione. “Dunque – pensò Giorgio – è questa la faccenda: il vecchio impotente ha paura che la giovane mogliettina si faccia fottere dall’idraulico e allora si fanno il giro dei locali notturni in cerca di uno stallone”.

«Mi creda…, quel fiore di ragazza, ma non posso continuare ad imporle…» Giorgio guardò la figura patetica dell’uomo che gli stava di fronte e si chiese se doveva continuare a farlo soffrire ancora un po’, quel vecchio pagliaccio. Alla fine fece il comprensivo, ammise che la ragazza gli piaceva e che l’avrebbe certo soddisfatta, che non doveva vergognarsi di ciò che faceva per amor suo. L’uomo gli mostrò tutta la sua gratitudine ma lo avvertì che doveva però rispettare delle condizioni:

«Lei deve promettermi che non cercherà in alcun modo di sapere i nostri nomi, né di rincontrarci. A tal fine, una volta salito in macchina, si lascerà bendare.»

Giorgio fu un po’ indispettito da quella cosa ma già pensava al corpo della ragazza contro al suo e fece come detto. In macchina l’uomo gli offrì un cappuccio e poi fece dei lunghi giri per rendergli impossibile ritrovare la casa. Solo quando il cancello automatico di un garage si chiuse alle loro spalle, completando la sua corsa con un clangore metallico, poté di nuovo guardarsi in giro. Salirono con l’ascensore alcuni piani e poi questo si aprì in un ingresso dal ricco arredamento. A lui ricordò un bordello che aveva visitato a Parigi.

L’uomo lo condusse in una camera con al centro un letto a baldacchino e le finestre serrate e poi si accomiatò dandogli la mano e ringraziandolo calorosamente. Sulla destra del letto c’era un grande specchio e Giorgio vi si contemplò. Tra un po’ la ragazza sarebbe entrata nella stanza e lui l’avrebbe sedotta a dovere. Si mise a posto i capelli spettinati dal cappuccio, si guardò le labbra costatando il proprio fascino, provò persino lo sguardo con cui l’avrebbe trafitta appena entrata. Gli ultimi anni gli avevano regalato delle tempie brizzolate, a tutto vantaggio del suo fascino.

Lei apparve da una porta alle sue spalle. Aveva ancora indosso il vestito nero e Giorgio poté notare due caviglie finissime che terminavano in scarpe con il tacco dalle stringhette alla caviglia, come una ballerina di tango. L’uomo traversò con lenta eleganza la stanza, prese la mano che lei gli porgeva e la baciò, quindi se la strinse al petto e la guardò negli occhi. Il vestito morbidamente posato sul suo corpo magnifico rivelava che la donna era senza reggiseno, ed un particolare sulla punta dei seni, che Giorgio non mancava mai di notare, rivelava che era già eccitata. Per il resto, la giovane gli sorrise e si limitò a ricambiare lo sguardo. L’uomo la tirò a sé e finalmente poté baciarla, mentre lei muoveva la bocca godendosi l’irruzione tra le sue labbra della lingua dell’amante occasionale.

La pelle nuda delle spalle e della schiena emanava un profumo fresco ed invitante, e le mani dell’uomo cercarono le forme della sconosciuta, si riempirono del suo sedere, dei suoi fianchi dei suoi seni, mentre le bocche rimanevano una contro l’altra. Giorgio la spinse sul letto delicatamente, attento a non forzare in alcun modo quel corpo appena conosciuto, attento a sfruttare al meglio la propria capacità di sentire il corpo femminile, di farlo godere. La fece sedere sul letto, poi s’inginocchiò davanti a lei per prenderle tra le mani un piede. Le sfilò la scarpa e si concentrò per un attimo su quel piedino tenero, lo baciò provocando un brivido lungo le splendide gambe della ragazza. Posò con delicatezza il piede della dama a terra e ripeté il numero con l’altro. Le sue mani presero quindi a risalire le belle gambe, accarezzandole piano attraverso il sottile strato di seta delle autoreggenti, attento ad ogni curva, ad ogni piega, al calore riposto dietro il suo ginocchio, fino alla seta più morbida, lassù, dove le cosce non erano velate delle calze.

Giorgio sapeva che una donna, dopo quelle carezze, difficilmente non si sarebbe già bagnata, e che sarebbe bastato allungare le dita verso le sue mutandine (anch’esse di pizzo nero) che già intravedeva tra le gambe ancora poco aperte, e scostarle piano, per trovarvi un sesso già aperto. Ma lui voleva aspettare, la voleva arrossata e smaniosa, mentre lei lo guardava ancora con il suo sorriso invitante ma ancora in pacata attesa: lui la voleva assatanata e implorante. Le posò le labbra sulle ginocchia, mentre con le dita la accarezzava dietro, proprio dietro il ginocchio dalla forma armoniosa come ne aveva visti pochi, e altrettanto fece sull’altra gamba non mancando di lodarne la perfezione. Poi i suoi baci e le sue carezze risalirono l’interno della coscia, mentre lei continuava a starsene passiva con i gomiti poggiati al letto. Solo quando la bocca dell’uomo si posò sulle sue mutandine, solo quando sentì la lingua esperta dell’amante insinuarsi tra il pizzo e la morbida pelle dell’inguine, allora abbandonò il capo all’indietro, scrollando i capelli sulla schiena, mentre un solo, lungo sospiro le uscì dalle labbra. Con la mani l’assalitore raggiunse i suoi fianchi per sfilarle le mutandine, agevolato in ciò dal movimento di lei che, puntando piedi e gomiti, sollevò il bacino verso la suo bocca. A questo punto nulla gli impedì di assaporare quel giovane sesso, aprendone con la lingua le labbra in cerca di umori, cercarne la clitoride per mordicchiarla piano con i denti coperti dalle labbra. “Sei mia”, pensava con la bocca su quel tenero sesso, “ora ti farò godere così tanto che sarai tu a chiedermi di vederti ancora, ti mancherà la mia lingua su questa figa sugosa, e quando conoscerai il mio cazzo ti mancherò ancora di più”.

«Spogliati» disse lei, ed era la prima volta che la sentiva parlare. Aveva una voce fresca, vivace, che chissà come mai aveva detto sì a quel vecchio. Ma lui si alzò ben felice di accontentarla, di mettere in mostra il proprio corpo nudo, che sapeva ben disegnato e forte del suo sperone duro e resistente. Si spogliò davanti a lei distesa sul letto con i piedini nudi posati sul tappeto, le cosce dischiuse dai suoi baci così come il suo sesso. Quando fu nudo le prese le mani e la sollevò a sedere, le sfilò il vestito da sopra. Lei docilmente si lasciò fare, così come docilmente si prese tra le labbra il sesso che lui le offrì.

Giorgio giudicò che non era certo la prima pompa che faceva. Lo teneva con una mano alla base, come fosse un gelato, e così se lo accompagnava alla bocca, gli leccava il glande e poi lo succhiava piano, lanciandogli delle occhiate da sotto in su. “Il tuo maritino non ti fa mancare nulla, eh?”, pensò. Notò anche che alla bella bimba piaceva guardarsi allo specchio mentre lo faceva. Pensò che in effetti era uno spettacolo vederla così intenta.

Il letto era basso e Giorgio si inginocchiò di nuovo sul morbido tappeto: tenendola per le cosce fece per prenderla. Lei però lo fermò e, con il suo solito disarmante sorriso, gli indicò dei preservativi appoggiati sul comodino. Giorgio pensò di essere uno sciocco a non averci pensato ma in un attimo indossò quello che in Francia chiamano “il cappotto inglese” e scivolò dentro la donna.

La ragazza, seduta sul bordo del letto, si abbarbicò a lui stringendogli i fianchi con le proprie cosce, le spalle con le proprie braccia. Lui la prendeva piano, facendo più attenzione al suo collo, alle sue spalle, ai suoi seni sodi da ventenne, con cui si riempiva la bocca, che all’azione del suo pene, che pure entrava e usciva vigoroso dalla donna. Giorgio avrebbe voluto morderla, violentarla un po’, avrebbe voluto sbatterla per farla urlare e scatenare, per romperne la passività con la quale si era lasciata andare sotto di lui, servile ai suoi movimenti, ma continuava a chiavarla piano, lasciando che in lei il piacere covasse in profondità, sicuro che poi sarebbe esploso come un vulcano.

Ed infatti lei non resistette a lungo. Ben presto Giorgio la sentì soffiare un alito bollente sul proprio collo sudato, la sentì gemere e godere con la sua voce sconosciuta. Lei con le gambe lo stringeva a sé, spingendolo ad aumentare le spinte, a prenderla con maggior profondità. Allora lui la allontanò da sé, la obbligò a mettersi di schiena, appoggiata sulle mani e sulle ginocchia. In quella nuova posizione la prese ancora, facendola gemere ogni qualvolta il suo lungo fallo arrivava a sbatterle contro l’utero. Aveva una schiena favolosa, terminante in un culo come ne aveva visti pochi, con un forellino roseo e invitante. Giorgio la scopò tenendola per i fianchi, o con le mani scendeva lungo le cosce fino alle caviglie, tenendola a quel modo mentre lei si abbandonava sul letto con il solo sedere sollevato tanto da offrire il proprio sesso all’uomo in modo osceno. Giorgio sentì la donna urlare piano il proprio orgasmo ma lui non le diede tregua e quando sentì il proprio piacere vicino si sfilò da lei per togliersi il preservativo. Lei capì le sue intenzioni e, impadronendosi del suo cazzo con la sua mano calda, offrì i propri seni rosei al piacere dell’uomo che non tardò ad esplodere.


Giorgio, sempre bendato, fu riaccompagnato al Moonlightda un autista. Un po’ fu deluso perché la ragazza non aveva nemmeno chiesto il suo nome e nemmeno lui sapeva il suo. Però si era fatto una scopata divina, con una fica da re, che si era data a lui ricevendone pieno piacere. La cosa tutto sommato gli lasciò un bel ricordo e per questo la delusione fu ancora più grande quando apprese da un giornale locale che la polizia aveva scoperto i traffici di tale Nino Anaisi, imputato di sfruttamento della prostituzione. L’uomo, sosteneva il giornale, faceva pagare ricchi notabili cittadini per assistere, su comodi divanetti posti dietro un falso specchio, alle performance di ragazze minorenni alle prese con “maturi emuli del marchese De Sade abbordati nei Night cittadini”. Il fatto lasciò una profonda ferita nell’autostima del povero Giorgio, forse non più piacente come credeva.
by Joe Cabot

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