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LETTERA DI UNA ROMANTICA POMPINARA
LETTERA DI UNA ROMANTICA POMPINARA

Marito mio adorato domani sarà il nostro trentesimo compleanno, la curiosa coincidenza che fu oggetto simpatico della nostra prima conversazione. Adesso sono passati cinque anni dal giorno del nostro matrimonio e tre da quando, su quella spiaggia dell’adriatico, permettesti al gestore del nostro bagno di montarmi alla pecorina. Eravamo a un metro dalla risacca e un bel chiaro di luna illuminava i nostri corpi nudi. Fu una serata indimenticabile e l’inizio delle nostre esperienze sessuali trasgressive. Sento però la necessità di confermarti che mentre altri maschi mi montano, il mio cuore rimane abbracciato al tuo, perché per me ciò che faccio è soltanto questione di sesso.
Persino quando bevvi avidamente lo sperma da un bicchiere in cui avevano eiaculato tre bianchi e tre neri, il mio amore era rivolto a te. Fosti tu a mescolare con un cucchiaino da caffè il loro seme affinché quel “cocktail” interraziale si amalgamasse perfettamente. Fissandomi, eccitatissimo, ti masturbasti mentre degustavo quella copiosa quantità di nettare maschile sorseggiandolo lentamente e attendendo di prendere la più grossa sorsata nel momento in cui mi fossi accorta che stavi per raggiungere l’orgasmo. Quegli istanti giunsero. Il tuo respiro divenne più rapido e dalla tua gola fuoriuscirono i primi gemiti. Bevvi in due lunghe sorsate lo sperma rimasto, ma lasciai che una parte mi fuoruscisse dalle labbra, mi colasse sul mento e formasse un filo biancastro che dondolò sull’aria prima di colarmi sulle mammelle. Così desideravi facessi per apparire troia al tuo lascivo sguardo: una Vacca con la V maiuscola.
Ti sorrisi amorevolmente e mi leccai le labbra per manifestarti tutto il mio appagamento mentale e papillare. Mi approssimai a te con il bicchiere vuoto e tu ci abboccasti l’uccello per eiacularci dentro. Gemesti, mugolasti per l’intensità dell’orgasmo che provasti e riversasti nel bicchiere un’incredibile quantità di sperma. Mai ne avevo vista tanta zampillare dall’orifizio del tuo cazzo. Evidentemente osservarmi bere quello degli altri ti aveva arrapato oltre ogni limite. Ti spremesti persino l’uretra per colare nel calice da spumante le ultime stille. Mi guardasti bere, affascinato e stordito dalla mia bellezza di mora procace e impareggiabile maiala degustatrice di sperma, alla stregua di un’insaziabile ninfomane. Forse sono davvero una ninfomane ma singolare perché se, come si afferma, le ninfomani sono assatanate di sesso per cercare di provare orgasmi che non riescono a raggiungere, io non soffro di queste difficoltà: sono pluriorgasmica ed eiaculo pure.
Il giorno successivo alla serata del drink-spermatico mi vennero le mestruazioni. Me la volevi leccare ugualmente ma io non te lo consentii e ancora oggi, in quel periodo preferisco farmela leccare da estranei e da estranee: non da te!

Rammenti, amore mio, quando mi sodomizzasti per la prima volta usando come lubrificante la bava di alcune lumache? Avevi messo l’auto in un varco tra i cespugli di salici che correvano lungo la sponda di un torrentello. Erano mesi che insistevi a volermi fare il culo ed io recalcitravo perché temevo di sentire troppo dolore. Invece la bava delle lumache fece scivolare il tuo cazzetto di quindici centimetri dentro il mio intestino con grande facilità. Sei sempre stato un uomo pieno d’ingegno. Eravamo scesi perché in auto faceva troppo caldo e mi avevi appoggiato al cofano della macchina, sollevandomi la gonna e togliendomi soltanto le mutandine. Quanta eccitazione provavo nel sentirmi vestita ma senza mutande e avvertire che ti stavi preparando a incularmi in un posto nel quale era possibile che qualcuno ci vedesse. C’erano profilattici e fazzolettini sparsi qua e là e non è difficile essere presi di mira da un voyeur nei posti frequentatati dalle coppiette. Facesti il primo tentativo lubrificandomi il buchetto con la saliva ma non fu sufficiente ad attenuare la dolorosa pressione della tua cappella sul mio sfinterino vergine. Vidi che frugavi tra l’erba. Raccogliesti due lumache bavose, con le dita ne prendesti le scivolose secrezioni e le spalmasti sul mio sfintere. Quella bava funzionò alla perfezione. Il mio orifizio anale si aprì alla tua cappella come una margherita al sole di primavera. Mi rilassai e il tuo cazzo mi penetrò in profondità. Tirai un sospiro quando sentii i tuoi testicoli sbattermi contro i peli della fica. Segno che non ne avevi più da infilarmi dentro. Incominciasti a incularmi, dapprima con cautela, poi con sempre maggiore energia. Il mio clitoride strofinava contro il metallo della carrozzeria. Mi resi conto di quanto fosse piacevole la sodomia, per nulla dolorosa, almeno con cazzi del tuo calibro e con quell’ottimo lubrificante improvvisato. Davvero goduriosa! Non riesco a capire perché alcune donne non accettino questa variante alla chiavata. In una rivista femminile avevo letto che alcune donne rifiutano di essere sodomizzate per non sentirsi oltraggiate nella loro dignità femminile, invece basta lasciare che la mente non si blocchi in questi orpelli psicologici perché la sodomia rimandi sensazioni bellissime. Ti senti più piena rispetto alla sensazione che ricevi dalla penetrazione in vagina, più violata, più riempita, più maiala e se una donna gode nel sentirsi troia, raggiunge impensabili vette di piacere fisico e mentale. Se poi scopri di essere nata con un apparato genitale sensibilissimo e un marito che condivide con te pensieri e desideri nascosti, anzi ti sprona affinché tu possa appagarli realmente, il godimento diviene un’esplosione melodica di mille violini. Da quel giorno ti ho concesso il culo altrettanto quanto la fica e la bocca. Ancora nemmeno immaginavo quali e quante esperienze carnali promiscue avremmo praticato ma fu quell’inculata e ciò che ne seguì ad aprire la mia mente al mondo della lascivia.

Quel giorno, infatti, accadde il temuto. Intravidi, con la coda dell’occhio, una faccia a pochi metri da noi. C’era un uomo celato tra i rami degli arbusti. Avvertii il cuore palpitarmi in gola per timore che fosse aggressivo ma rimaneva lì, a guardarci con gli occhi sgranati. Capii che si sarebbe accontentato di masturbarsi osservandoci. Non ti avvisai per timore che reagissi. Sentii salire in me una forte emozione. L’uomo, che poteva avere sui quarant’anni, mi fece vedere la lingua e la mosse come un serpentello fuori della bocca per farmi intendere che mi avrebbe leccato la fica se avesse potuto.

Tu seguitavi a incularmi muovendoti avanti e indietro con maggiore rapidità. Incominciai ad avvertire l’orgasmo accerchiarmi il clitoride. Anche quello che stavo per avere sarebbe stato uno di quei piaceri che mi scuotevano tutta, mi facevano gemere come una gatta in calore ed eiaculare come una fontanella. Il tuo respiro si faceva sempre più rapido. Tra poco mi avresti riversato nell’intestino il tuo carico di sperma, infatti, me lo scaricasti negli intestini dieci secondi dopo, fino all’ultima goccia, mugolando e gemendo. Poi seguitasti a sodomizzarmi ancora un po’ perché l’uccello ti era rimasto durissimo. Guardai l’uomo dischiudendo le labbra come per fargli capire che pure io stavo per raggiungere l’orgasmo. Si avvicinò un po’ perché ormai aveva capito che lo avrei lasciato guardare senza avvisarti. Potevo vedere il suo uccello. Era più grosso e lungo del tuo e aveva un glande violaceo che sporgeva come la capocchia di un fungo. L’uomo, col viso congestionato dal godimento, se lo menava in modo forsennato. Vidi schizzargli dal forellino dell’uretra un fiotto di sperma che quasi raggiunse l’auto, poi un altro e un altro ancora. Sembrava che i suoi organi genitali fossero un serbatoio senza fine. Mi lasciai andare a gridolini e mugolii, avvertii anch’io un fiotto che mi usciva dall’imbocco dell’uretra e mi colava giù per le cosce.
L’uomo si dileguò ed io rimasi ansante, bocconi sul cofano dell’auto.
Soltanto quando fummo sulla strada del ritorno, ti rivelai che eravamo stati osservati da un guardone. La cosa ti accese al punto da propormi di ritornare in quel posto perché sarebbe stato eccitante per entrambi sapere che una terza persona ci avrebbe osservato mentre facevamo sesso.

Acquistammo un lubrificante adatto per la sodomia e la domenica successiva tornammo sul posto ma il voyeur non c’era. Tornammo sul luogo la domenica seguente ma sembrava che nemmeno quella volta ci fosse. Mi chiedesti il consenso di incularmi bendata. Accettai quel gioco come una variante erotica. Mi fasciasti gli occhi con il mio foulard. Poi cominciasti a stantuffarmi. A un tratto mi sfilasti il cazzo dalle viscere. Rimasi ad attendere un tuo affondo che non veniva. Mi dicesti che lo avevi tolto per evitare di eiaculare troppo in fretta e ti trattenevi perché lo stimolo dell’orgasmo si ritirasse dal tuo frenulo. Poi qualcosa premette contro il mio sfintere. Mi accorsi subito che quel “qualcosa” era molto più grosso del tuo glande. Sentii un bel po’ di dolore quando quel qualcosa mi entrò tutto in culo. Capii. Quello che mi trapanava non era il tuo cazzo ma quello di un estraneo. Mi sentivo dilatata al massimo delle mie possibilità di principiante sodomita, ma resistetti agli affondi, poi sentii un grido strozzato di piacere che non era il tuo. Giunsi anch’io all’orgasmo gemendo e mugolando. Sentii di nuovo il mio eiaculato colarmi giù per le cosce. Mi togliesti il foulard. Vidi l’uomo dei cespugli allontanarsi dall’auto e scomparire tra essi. Porco, mi avevi fatto inculare da lui!
Ritornammo sul luogo un’altra volta. Il guardone ci attendeva. Fui io stessa che mi tirai giù le mutandine per mettermi prona sul cofano dell’auto ma tu prendesti un plaid dal bagaglio, chiedesti al nostro ospite di sdraiarcisi sopra e dicesti a me di accovacciarmi su di lui perché mi potesse chiavare a spegnimoccolo. Quell’uomo si trasse fino alle caviglie slip e pantaloni. Aveva un cazzo favoloso, lungo almeno una ventina di centimetri e se lo teneva con la mano destra alla base affinché rimanesse in verticale. Mi accovacciai su quella torre di carne pulsante cercando la posizione giusta perché la grossa cappella si abboccasse all’accesso della mia vagina, poi mi calai e quel cazzo mi penetrò nella fica fino a premermi sull’imboccatura dell’utero. Mi voltati per vedere che cosa stavi facendo. Te lo menavi godendoti la scena, poi mi dicesti che mi avresti sodomizzato mentre il nostro ospite seguitava a chiavarmi. Mi suggeristi di fermare il movimento del bacino e di sporgere i glutei, poi t’inginocchiasti e abboccasti il glande all’ingresso del mio secondo regno. Qualche istante d’attesa e m’immergesti negli intestini il tuo cazzo, poi mi suggeristi di riprendere il movimento. Fu sublime la sensazione di essere montata e penetrata da due cazzi. Chiusi gli occhi e mentre mi stavo godendo la doppia penetrazione a occhi chiusi, sentii giungere alle mie narici un odore che conoscevo bene: Quello inconfondibile del sesso maschile. Dischiusi gli occhi e quel che vidi me li fece sgranare. Un terzo uomo, con jeans e boxer calati sulle caviglie, si era piazzato, inginocchiato, di fronte a me e si masturbava il cazzo che giudicai essere più u meno lungo come il tuo ma aveva un inguine pelosissimo. La goduria che provavo per essere chiavata e inculata contemporaneamente mi spronò ad aprire le labbra. Adesso erano tre maschi che si occupavano di me. Avvertivo la mia pelle sudata per lo sforzo di muovermi. Per primo eiaculò l’uomo al quale facevo un pompino. Mi venne in bocca a lunghi fiotti. Lasciai che la sua sborra mi colasse dalle labbra e cadesse sulla fronte e sugli occhi del mio sdraiato chiavatore. Quell’atto ottenne il risultato di tenere alta la sua libido tanto che me lo volle tenere ancora in bocca. Seguitai a succhiarglielo mentre avvertivo il sangue ritirarsi dal suo pene e l’uccello divenirgli mezzo moscio. Poi venisti tu, uggiolando, mugolando e gemendo, quindi l’ospite che mi chiavava mi schizzò in vagina tanto di quello sperma che, fuoriuscendo dalla fica gli colò giù per l’asta sino ai peli pubici e i testicoli. Giunsi all’orgasmo che ancora il mio chiavatore non aveva terminato di mugolare. Nella mia mente fu come se esplodessero i fuochi pirotecnici. Mi sfilai dalla bocca il cazzo semieretto del nostro secondo ospite per gemere liberamente. Uggiolai di goduria mentre provavo un orgasmo stellare. Sentii che il mio chiavatore lo aveva ancora in tiro nella mia vagina. Tirai fuori della bocca la lingua in un atto di lascivia sfrenata mentre guardavo il nostro secondo ospite che inginocchiato di fronte a me era tornato a masturbarsi per rifarselo drizzare. Ci riuscì. Nel frattempo tu mi avevi sfilato il cazzo dal culo e ti eri messo in una posizione tale da vedere se il nostro secondo ospite fosse stato capace di eiaculare una seconda volta in così poco tempo. Spalancai la bocca per aiutarlo nell’intento. Quanto mi sentii puttana in quel momento! Attendendo che eiaculasse avevi iniziato a masturbarti pure tu. Adesso lo facevate all’unisono, ed io attendevo che eiaculaste, a bocca dilatata.
Il secondo ospite prese ad ansimare moltiplicando il ritmo della sega. Capii che stava per venire. Cominciò a emettere un gemito prolungato, avvicinò il suo pene fino ad una ventina di centimetri dalla mia bocca spalancata. Il primo schizzo di sperma che gli uscì dall’uretra mi colpì sulla guancia sinistra, il secondo su un occhio, il terzo mi centrò la lingua, poi altre gocce mi colarono sul mento. Tu scostasti il nostro secondo ospite per metterti al suo posto. Tenevi il cazzo talmente prossimo alla mia bocca che non riuscivo a metterlo a fuoco. Poi iniziasti a mugolare e indirizzasti tutta la sborra che rimaneva nei tuoi genitali nella mia bocca. Inghiottii tutto lo sperma tuo, mescolato ai residui dell’altro.
Avevo la pelle che brillava come se il piacere che avevo provato si fosse trasformato in perlaceo sudore.
Tutto avvenne senza che tu e i tuoi “collaboratori” occasionali scambiassi una sola parola. In fin dei conti in una circostanza così “casuale” c’era solo da fottere.
Non tornammo più in quel posto per timore che la voce si spargesse e i nostri ospiti divenissero troppo numerosi.
Fino ad oggi ho bevuto tanto sperma da non rammentare a quanti uomini appartenesse, ma il tuo è sempre il più dolce. Buon compleanno marito mio. Questa lettera la troverai domattina sotto la tazza nella quale farai colazione. Adesso ti lascio perché devo preparare la cena.
Tua moglie innamoratissima troia.

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