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LA RAGAZZA DEL CAPORIONE pt prima
Scritta da: jhonnyrent (4)

Avevo girato l’Europa in lungo e in largo per circa quattro anni e mezzo. Avevo fatto ogni genere di lavoro. Avevo conosciuto centinaia di persone. Poi un giorno decisi di tornare a Napoli dove sono nato. Sarei stato per un anno con mia madre e poi magari me ne sarei ripartito, perché, come dice la canzone di Nicola di Bari “il mio cuore è uno zingaro e va”…
Intanto che ero fuori, mia madre aveva traslocato da un’altra parte della città, non lontano da dove stavamo prima. Non conoscevo nessuno nel palazzo, né gli altri abitanti conoscevano me.
La incontrai pochi giorni dopo il mio arrivo nell’androne. Era di pomeriggio. Io uscivo per ribeccare i miei vecchi amici, lei tornava a casa da lavoro probabilmente. Fu un vero colpo vedere quanto era bella. Aveva in testa una cascata di capelli ricci color castano chiaro. Occhi leggermente tirati, quasi mediorientali, era alta un metro e settanta, un bella quarta di seno, il fisico era bello carnoso, non grasso, anzi abbastanza muscoloso, segno di tante ore passate a sudare in palestra. I suoi jeans attillati terminanti in due stivaletti a punta mettevano in risalto le sue gambe da sballo. Camminammo uno incontro all’altro. Io ammiravo le sue curve, lei cercava di capire chi mai fossi.
<<Ciao>> la salutai quando fui ad un passo da lei.
La ragazza ricambiò il saluto, ma seguitò a squadrarmi da capo a piedi.
<<Sono il figlio della signora al primo piano. Sono stato via e sono tornato ieri mattina.>> le porsi la mano e poi mi presentai: <<Io mi chiamo Jhonny. Piacere>> finalmente si tranquillizzò e mi sorrise mettendo in mostra i suoi denti bianchissimi. Mi strinse la mano e disse: <<Io sono Carolina, ma tutti mi chiamano Lina>>
Scambiammo ancora qualche battuta e poi proseguimmo per la nostra strada. Prima di uscire dal cancello mi fermai per guardarle il culo. Era proprio come immaginavo che fosse. Era tondo, pieno, con tanta di quella roba da palpeggiare, stringere tra le dita, mordere, leccare. Mi venne quasi l’acquolina in bocca. Manco si sentisse i miei occhi addosso, Lina si girò di nuovo. Io la salutai con la mano, lei mi sorrise ancora. Andai in cerca dei miei soci pensando che ne era valsa veramente la pena tornarsene per un po’ al proprio bel paesello.
La sera dopo tornai a casa da una festa che i miei amici avevano dato in birreria, in onore del mio ritorno. Avevo bevuto veramente tanto, retaggio delle mie notti a Londra e a Monaco di Baviera. Arrivai al portone del mio palazzo barcollando vidi che Lina stava pomiciando col proprio ragazzo. Questo era tutto allampanato e vestito tutto firmato. Lo conoscevo di vista, avevamo frequentato lo stesso istituto quando stavamo alla medie e già allora aveva la fama del bulletto. Col tempo aveva fatto carriera ed era diventato il guappo del rione. Non c’avevo mai avuto a che fare io con lui, ma ste cose le sapevo. Mi avvicinai a loro e biascicai un <<Salve!>> i due si staccarono per un attimo per vedere chi è che aveva parlato. Appena mi vide, Lina disse al ragazzo <<Me ne salgo pure io, ci vediamo domani.>>
Io armeggiai con le chiavi, ma alla fine riescii ad aprire il portone. Lo mantenni aperto per far entrare anche la ragazza. Il bullo mi piantò gli occhi in faccia e mi avvertì minaccioso: <<Tu l’ascensore non la prendi. Tu te ne sali a piedi.>>
Io lo guardai e scoppai in una risata. Lui si sentì offeso e fece per aggredirmi, ma la ragazza lo trattenne, <<Ma non vedi che è ubriaco!>> gli disse, <<Ma mi sta ridendo in faccia>> protestò lui, <<E comunque l’ascensore non l’avrebbe presa lo stesso, abita al primo piano>> La cosa finì lì senza spargimenti di sangue.
Il bello venne qualche sera dopo ancora. Era mezzanotte passata. Io rincasavo dopo una partita a pallone con la mia vecchia squadra. Portavo la borsa con una mano e zoppicavo vistosamente a causa di un colpo alla caviglia che uno stronzo mi aveva dato durante un’azione di gioco. Camminavo a fatica per il dolore che mi causava la caviglia quando poggiavo il peso sul piede. Passai col volto sofferente davanti Lisa che era scesa un attimo a buttare la spazzatura ed ora aspettava che si apriva la porta dell’ascensore. Era vestita con tuta e scarpette, non era truccata come le prime due volte che l’avevo vista, ma era bella lo stesso e l’odore che proveniva dai suoi capelli e dalla sua pelle mi inebriavano comunque.
<<Jhonny ma tu zoppichi! Che ti è successo?>> mi domandò sinceramente preoccupata.
<<Ho avuto una botta alla caviglia e adesso mi fa un male cane. Devo andare subito a stendermi>>
Intanto le porte dell’ascensore si aprirono.
<<Non puoi salire le scale a piedi, prendi l’ascensore con me.>> Non mi venne neanche lontanamente il pensiero di rifiutare l’invito. La caviglia davvero mi doleva. Lina mi tolse la borsa di mano e la appoggiò sul pavimento della cabina, poi mi aiutò ad entrare, alla fine entrò pure lei. Le porte si chiusero e l’ascensore ci mise poco ad arrivare sul mio pianerottolo. Le porte si riaprirono.
<<Beh grazie>> le dissi.
<<Jhonny>>
<<Si?>>
<<Scusa per l’altra sera. Il mio ragazzo è geloso>>
Feci spallucce,<<Lo sarei anche io se fossi al posto suo. Sei davvero uno splendore>> le rivelai. D’istinto Lina mi prese le mani. Io le portai entrambe alla bocca e le baciai sui dorsi.
<<Quanto sei caro!>> mi sussurrò.
Senza rispondere osai. La presi delicatamente per i fianchi e le diedi un bacio sulla bocca. Adesso questa s’incazza e mi pianta un gran casino che poi dovrò vedermela anche col ragazzo e con la sua banda, pensai. Invece no, Lina si lasciò baciare. Mi strinse le mani dietro la schiena e cominciò a muovere la lingua dentro la mia bocca. Mi dava delle stoccate da schermitrice e poi la ritirava, lasciando a me il compito di succhiargliela con le labbra. In un niente dimenticai il dolore che mi affliggeva la caviglia e le abbassai la cerniera del pezzo di sopra della tuta. Ne usci fuori una maglietta intima che nascondeva le due belle tettone sprovviste di reggiseno. La svestii e mi misi a maneggiare avidamente il suo bellissimo seno. Prendevo le sue tette tra le mani e le strizzavo e poi le facevo ballonzolare. Le succhiai i capezzoli come se m’aspettassi che ne uscisse il latte da un momento all’altro. Lei gemeva e mi accarezzava la nuca. Mi abbassai oltre il suo ombelico. Stavo per calarle i pantaloni e le mutande, ma lei mi fermò.
<<No, Jhonny>> mi disse. Io mi rialzai deluso, ma Lina si sedette sul mio borsone da calcio e mi sbottonò la cintura e i bottoni dei jeans. Mi abbassò brache e boxer e ne uscì fuori il mio cazzone lungo e duro, pronto all’uso. Iniziò dapprima a ciucciarmi le palle pelose, poi con la lingua salì per tutta l’asta fino alla cappella. Ripeté il tragitto andata e ritorno un gran numero di volte, fino ad inzupparmi tutta la verga. Finalmente lo prese in bocca sul serio. Con una mano me lo menava e in maniera sincopata succhiava. Ogni tanto mi sputava sul glande o leccava per tenere sempre il tutto ben lubrificato. Con le mani nei fianchi, il bacino proteso in avanti e il culo all’aria, mi godevo una pompa extra lusso. Per allungare i tempi e godere di più, cercavo di pensare ad altro. Lina però era una maestra del bocchinaggio e ci sapeva veramente fare. Mi preparai allo scoppio finale. Le affondai le mani nei folti riccioli castani e così presi a manovrare io il movimento della testa lungo la mia asta. Lei era talmente brava al punto che non mi faceva sentire i denti, come se si fosse tolta la dentiera prima di iniziare. Alla fine le tenni ferma la testa e cominciai a pompare io come se stessimo chiavando in figa. I colpi che menavo col cazzo furono sempre più forti e poi splash! Le venni contro le tonsille. Le riempii la bocca di sperma e lei inghiottì tutto in una volta. Si attaccò al mio batacchio come per bere a garganella da una bottiglia di sborra. Continuò a segarmi in cerca di altra orzata. Io non ebbi problemi a fornirgliene. Alcuni schizzi le centrarono la bocca, altri caddero sul seno. Quando ebbi esaurito il mio quantitativo, passò a leccare ciò che le era caduto sulle perone. Io la guardavo menandomelo per non smosciarmi. Lina ci si mise di impegno e le sue zinne tornarono linde e pulite. La aiutai ad alzarsi. Volevo girarla per chiavarmela definitivamente nella passera, ma lei mi interruppe.
<<Basta adesso, devo tornare su>> Mi fece uscire fuori dall’ascensore con i jeans e i boxer ancora mezzi abbassati e il cazzo erto ad asta di bandiera. Prima che potessi dire qualsiasi cosa premette il bottone del quadro e le ante meccaniche dell’ascensore si richiusero.
Nei giorni a seguire non mancavamo un’occasione per baciarci e strusciarci l’uno contro l’altra. Mi faceva dei bocchini fenomenali, meglio del primo che mi aveva fatto nell’ascensore, ma come tentavo di spingermi oltre, ogni scusa era buona per svignarsela. A momenti davo fuori di matti, non capivo cosa significasse che lei ingoiasse i miei litri di sborra, ma a di sfottere veramente non ne voleva proprio sentir parlare.

Un pomeriggio mia madre se ne uscì e mi lasciò solo soletto a dormire beato nel mio lettino. Non passarono manco quindici minuti che sentii suonare insistentemente il campanello di casa. Fu impossibile ignorarlo. Di malavoglia m’alzai e andai ad aprire. Non feci manco caso di aver addosso solamente i boxer. Aprii la porta e Lina mi si infilò in casa. Cercava mia madre. Non appena le dissi che ero solo, mi strinse le braccia al collo e mi infilò la lingua in bocca. Prese a danzarmi in bocca con la lingua mentre mi si strusciava contro col tutto il resto del corpo. Io la lasciai fare come al solito sentendo il mio bel cazzone che urtava contro la stoffa sintetica delle mie mutante elasticizzate. Non soffrì molto il mio pendolo perché in poco tempo Linda mi fece volar via l’unico indumento che c’avevo addosso. si fece rimbalzare il mio cazzo in faccia e cominciò a lavorarselo secondo il solito copione. Me ne stetti appoggiato con la schiena contro il muro. Ogni tanto le carezzavo i capelli e la lasciavo fare quel che meglio le veniva. Prese a leccarmi le palle fino a farmele sgocciolare di saliva e poi l’asta. Minchia come me lo leccava! Me lo feci inzuppare bene bene e poi presi io l’iniziativa. Adesso non poteva battersela in ritirata come le altre volte. Lei intuì le mie intenzioni. Si alzò e si mise alla pecorina con la faccia rivolta contro la parete.
<<Jhonny, ti prego mettimelo in culo! In culo lo voglio!>> mi chiese.
Decisi di accontentarla. Le alzai il gonnellone e comparve il suo bel culone nudo. Non portava le mutande. Guarda che zoccola pensai. Affondai le mani nella carne delle sue chiappe. Fu come affondare le mani in una pentola di budino caldo. Sentivo che l’uccello mi scoppiava tra legambe. Oh quanto ti devo scopare! Pensavo. Avevo tre ore circa a disposizione e quindi potevo prendermela comoda come volevo io. Mi chinai dietro di lei e le leccai attorno al buchetto del culo. Le passai la lingua tutta attorno ed ogni tanto la ammorbidivo con una pacca sulla chiappa. Lei gemeva e sussultava ed ingoiava la sua saliva. Le lubrificai a dovere il bucietto, le infilai dentro l’indice e poi il medio per allargarle lo sfintere. La rigirai per farmi dare un’altra ripassata all’asta che intanto se era un po’ seccata. La rimisi di nuovo in posizione, le sputai sul buco e cominciai a menarle dentro la cappella. Volevo andarmene lentamente per non farle sentir dolore, ma il cazzo mi scivolò dentro senza che essa dicesse una parola. Si limitò solo a cacciare dalla bocca un sibilo prolungato. Le rimescolai il pesce nel culo con movimenti rotatori. Poi la presi per un fianco con una mano, mentre con l’altra la mantenetti per una spalla. La pompai nel culo prima piano, poi dandoci sotto sempre più forte man mano che sentivo di stare per venire. Le assestai due tre botte belle pesanti col mio batacchio e poi le sborrai tutto il succo nel retto, avrebbe cagato sperma per la prossima settimana.
La mia venuta non accennò minimamente a calmare il mio bollore, anzi mi sentii ancora più ingrifato. Lei si abbassò la gonna per andarsene. Io la trattenetti per un polso.
<<Ehi piccola, non abbiamo ancora finito noi due. Io ti ho accontentata, adesso tocca a te>> le dissi. Lina cercò di opporre resistenza, ma fu inutile. Acconsentì a sdraiarsi sul pavimento. Me la trovai stesa e docile sotto ai miei piedi. Le tirai via la gonna e mi trovai faccia a faccia con la sua patonza. Non capivo perché, ma tutto ad un tratto la vidi assente, soprappensiero, come se la cosa non fosse più affar suo, ma solo mio. Smisi di badare a questo. Le allargai leggermente le gambe e mi stesi a pancia in giù, con la bocca sui peletti della sua passera. Di fighe in vita mia ne ho viste tante, ma quella, vi dico era proprio eccezionale. Era tenuta come se fosse una bomboniera di porcellana. Aveva un triangolo di peli perfetto, manco se se li radeva col righello. Cominciai a strofinare la punta del naso contro il suo cespuglietto e poi con la lingua le stuzzicai il grilletto che diventò duro come un chiodino di carne. Continuai a leccarle il clitoride e poi a succhiarlo.
<<OH Jhonny ti prego, non così>> si lamentava con riluttanza, passandosi i palmi delle mani sulla fronte. Io imperterrito continuavo la mia opera. Le leccai le grandi labbra, le affondai la lingua in tutta la sua lunghezza dentro la passerina stretta stretta.
<<Jhonny, ti prego basta>> ripeteva, ma dalla quantità di succo che scorreva dalla sua patonza capivo che quello che le stavo facendo le piaceva.
Mi alzai sulle braccia e mi feci più avanti. Mi misi in posizione per il missionario e glielo buttai dentro nella fessa. Non appena cominciai ad entrarle in corpo, diede un autentico grido di dolore. Nella penetrazione captai qualcosa che si rompeva al mio passaggio.Sentii il coso sommerso da una marea di liquido che non era umore, ma sangue.
<<Cristo Santo, ma tu sei vergine?>> le domandai con gli occhi fuori dalle orbite per lo stupore.
<<Si>> con fermò Lina, <<Ormai però è fatta continua, ti prego, continua che mi piace!>> mi esortò sconvolta di piacere. Continuai a fotterla. Era un po’ impacciata per la sua inesperienza. Fino ad allora aveva fatto solo pompini e l’aveva preso in culo, perché il culo ce l’aveva rotto sul serio. Condussi io il gioco. Me la scopai dolcemente, mi sentivo quasi uno stupratore. Non immaginavo mica che ce l’aveva ancora intatta. Cazzo faceva col fidanzato? mi venne da chiedermi. Andavo avanti e indietro piano piano, rimuginando se fosse il caso di piantarla lì, visto che mi si stava quasi ammosciando per lo scrupolo che si stava impossessando della mia testa.
Fu lei a darmi la corda.
<<Non preoccuparti Jhonny, va bene così. Mi piace te lo giuro, non fermarti. Fammi sognare>>
Come potevo deluderla? Era stata così gentile da darla a me per la prima volta!
Mi misi a muovermi dentro di lei di gran carriera. Io avevo perso la mia verginità almeno sei anni prima di lei e in tutto quel tempo ne avevo fatte di robe. Usai un bel po’ di trucchetti che conoscevo. La pistonai alla grande nella posizione del missionario. Poi la feci mettere su un fianco con una gamba sollevata. Me la fottevo mantenendole la gamba, leccandole dalla caviglia al polpaccio e poi stuzzicandole a morsetti la coscia. Lina prese a divertirsi pure lei. Mi sorrideva felice. Più passava il tempo e più si allontanava da lei l’imbarazzo. Io la infoiavo a parole e lei mi rispondeva gagliarda. Proseguivo a pistonarle la passera e lei assecondava i rimbalzi. Allungò un braccio da dietro e col suo medio si lavorò il clitoride. La posizionai a quattro zampe per farle provare la pecorina. Mi presi l’affare in mano per l’asta e cominciai muovere la cappella contro le sue labbra. Adesso i suoi gridolini erano di piacere intenso e non più dolore. Me la pompai forte anche così. Mentre glielo davo dentro la tenevo per i capelli tirandole la testa all’indietro, poi le infilavo due dita nel culo per aumentare la goduria. Spinsi e rispinsi. Mi trattenetti giusto per il salto della quaglia e poi splash! Le innaffiai la schiena con un misto di sperma e sangue suo. Altro sangue mescolato al suo umore vaginale le scorreva sulle cosce. Il mio cazzo gocciolante di un liquido rosastro si ammosciò piano piano. Lei mi guardò con un’aria che pareva stupida. Sicuro che nella sua testolina riccioluta si stessero affollando una matassa di pensieri. Ci demmo una sciacquata e poi pulimmo il pavimento che sembrava avessimo scannato un maiale. Dovetti spargere per casa anche una bella dose di deodorante per coprire l’odore di fluidi corporali.
Per quella volta la cosa finì lì, ma lo storia continua…
26/8/2008

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