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LA MIA STORIA
Scritta da: Pattyblue (1)

Mi chiamo Patrizia (Pat/Patty per tutti). 38 anni, dicono “ben portati”.
Un rapporto, con mio marito, che dura da 22 anni (ne avevo solo 16 quando ci siamo messi assieme... e nessuna esperienza) di cui 14 di matrimonio. Un matrimonio basato su saldi principi sia di carattere morale (onestà, fedeltà, sincerità, rispetto reciproco) sia anche di intesa “fisica”. Il sesso per noi, pur non avendo mai rappresentato una “ossessione” (o l’ossessiva ricerca del “nuovo”, dell’insolito, del “trasgressivo”) è sempre stato un compendio gratificante e soddisfacente del nostro “stare insieme”. E praticato, se pur mai assurgendo a vette di fantasia estrema, con reciproco appagamento e godimento.
Naturalmente il lavoro sempre più impegnativo, il crescere dei figli con le loro esigenze sempre più pregnanti, l’aumentare delle responsabilità e delle problematiche quotidiane, e… perché no?... un po’ di stanchezza e di pigrizia, hanno un po’ cristallizzato, appiattito, il nostro rapporto. Ma di ciò siamo entrambi consapevoli e, tutto sommato, non ne abbiamo mai fatto un “problema”.
Per cui sono sufficientemente soddisfatta della mia vita: una bella casa, 2 figli meravigliosi, un lavoro impegnativo ma appagante, ottime relazioni sociali. Insomma: penso di aver incanalato sui giusti binari il “nostro” futuro comune.
Penso io! E invece…
E invece succede l’imprevisto, l’imprevedibile, l’inaspettato, il non voluto (o quantomeno: non cercato) incontro con un altro uomo.
Un incontro casuale, come tanti altri, ad una festa in casa di amici comuni.
Il nascere di una simpatia reciproca; di una ammirazione per il modo di essere, l’uno verso l’altra; di una affinità di pensiero e di coincidenza nel modo di affrontare la vita. Confidenze, facilità di comunicazione, lamentele per quello che (poco, supponevo) non va nei nostri rapporti interpersonali. E, per non tirarla alla lunga, una situazione che, essendo assolutamente sicura di poter tenere sotto controllo (come è sempre successo in altre occasioni assimilabili a questa), improvvisamente precipita.
E sono a letto con lui!!!
Per la prima volta nella mia vita scopo con un uomo che non è mio marito.
La cosa mi crea angosce, sensi di colpa, pentimenti, e sofferenze… ma non riesco a venirne fuori, anche se ogni volta mi ripeto che: “basta! Non può andare avanti così; non è giusto quello che sto facendo a mio marito, lui certamente non se lo merita!”
Eppure: continuo! Non riesco a farne a meno!
E, credetemi (se potete… so che è difficile!): non è solo sesso!
Si, facciamo molto sesso assieme ed in maniera assai differente rispetto a quella “calma”, “tranquilla”, “scontata”, con mio marito; sesso come non l’ho mai fatto e come non pensavo di “volerlo” fare. Ma non è solo questo (e alle volte, tra le lacrime, mi dico che: magari fosse così!); conoscendomi: non può essere solo questo. E la cosa mi atterrisce, perché io so di amare mio marito, so di essergli grata di tutto quanto ha sempre fatto per me, per noi e gli sono legata indissolubilmente.
Scusatemi, forse mi sto dilungando troppo scioccamente su questo aspetto della vicenda, ma vorrei che fosse chiaro: il rapporto con mio marito è il rapporto primario della mia vita (lo si potrebbe definire: rapporto d’amore). Anche se…
Abbiamo 2 figli (una coppietta di gemelli 13enni) e so che il male peggiore lo sto facendo a loro.
Sia chiaro: non voglio giustificarmi o trovare scuse… non vi è giustificazione a quanto sto facendo, eppure… eppure…
Dunque: i ragazzi, terminata la scuola, sono filati al mare, con mia sorella (libertà, libertà!) in attesa che li raggiunga io, non appena liberatami dai miei impegni scolastici (sono insegnante di lettere in un ITC). Quindi, abbastanza libera, un pomeriggio, sul tardi, spiattellando a mio marito la solita banale scusa di una riunione di lavoro, mi sono incontrata con “LUI”. È trascorso circa un mese dall’ultimo nostro incontro (evitiamo, per quanto possibile, l’uso dei cellulari o l’invio di msg… la prudenza non è mai troppa!). Avevo accettato questo incontro col chiaro intento di affrontare con “LUI” la nostra situazione o, ancor meglio, di comunicargli la mia ferma decisione: basta! Non possiamo andare avanti così. Non è giusto, non è corretto, non è moralmente accettabile. Per me; per mio marito; ma nemmeno per “LUI”. Va bene: è stato bello, gratificante, appagante… ma io amo troppo mio marito, i miei figli, la mia famiglia. Per la cui pace e serenità sono disposta anche a questo sacrificio, a questa rinuncia (e mi sono data della cretina, della incoerente… proprio perché la ritengo tale!),
Questa, la mia ferma decisione! Dovevo solo comunicargliela (…comunque ne avevamo già parlato assieme). E poi rientrare nella mia “vita”… normale, tranquilla, serena. Ed invece siamo finiti a letto! Come sempre. A casa sua, nel suo letto; nuda su di lui. Godendo di lui, della sua passionalità, della sua irruenza, del suo travolgente abbandono (…e ovviamente: del mio!); lacrime di rabbia e risentimento, di pentimento e sensi di colpa, gli ho gridato che è un “porco”, un “bastardo”… che sta rovinando la mia vita… che sta distruggendo quanto di buono ed onesto ho saputo costruire sino ad ora. Lacrime e rabbia, lacrime e risentimento e gli gridavo questo e… intanto mi muovevo sempre più ritmicamente sopra di lui, lo incitavo a “godermi” ed a farmi godere… a prendermi totalmente, perdutamente, disperatamente.
Tornando a casa (…purtroppo era più tardi di quanto pensassi), l’unica giustificazione che mi sono data era che questa sarebbe stata l’ultima volta… finito!... una specie di “premio d’addio”; mentre so benissimo che non appena mi richiamerà, non appena si presenterà una nuova occasione, io correrò da “LUI” e gli consegnerò il mio corpo… aperto, disponibile, pronto… e, purtroppo, anche la mia anima!
E questo mi manda completamente in “tilt” perché, al mio ritorno a casa (più tardi del previsto) mio marito mi ha accolta con la solita dolcezza: la tavola apparecchiata, la cena a scaldarsi… e nessuna perentoria richiesta di giustificazione… io ho farfugliato qualche scusa, una nebulosa ricerca di documenti che non si trovavano, ed altre fesserie del genere a proposito del mio lavoro. Lui mi guardava, in silenzio, lo sguardo assorto e lontano; una espressione strana (un misto tra la perplessità ed il rimprovero… ma mai manifestato). Ci sono dei momenti in cui penso che mio marito sospetti qualcosa, abbia dei dubbi (se non delle “certezze”!)… ma forse (…e spero davvero che sia così) è solo una mia impressione.
Quando ho conosciuto mio marito, a parte che non ho alcuna esperienza di rapporti con i ragazzi (va bene: qualche bacio appassionato col ragazzino del quale mi sono perdutamente innamorata… qualche pomiciata in un angolo nascosto ed appartato – nemmeno poi troppo… ma a quei tempi: chi se ne frega? – qualche sega tirata al ragazzino di turno, per calmarne i bollenti spiriti, ed un unico tentativo abortito - …e non solo per mia inesperienza! – di pompino), mi accorgo in fretta che si tratta di un rapporto importante. Innamorati: pienamente, totalmente. Il che se da una parte ci da sicurezze, certezze, dall’altra ci toglie quella fretta, quell’ansia, quella frenesia delle nuove scoperte emozionanti della vita.
Cresciamo assieme. Il nostro rapporto si evolve (e noi con esso). Si consolida, si solidifica.
Poi: gli studi… la laurea… Alessandro (mio marito, allora solo fidanzato) è già “sistemato”… io inizio la mia trafila per l’insegnamento: concorsi, abilitazioni, supplenze temporanee o annuali… e siamo fidanzati ormai da quasi 7 anni. Cos’altro aspettare? Siamo sicuri di noi stessi, felici di condividere, felici di progettare assieme per il futuro, su una base di affinità sia di tipo morale che psicologico.
Il matrimonio… la nascita dei gemelli… la cattedra di ruolo… l’acquisto della casa (dio se ripenso ai dubbi, alle incertezze, alle paure, di quei momenti!).
E’, in fondo, la realizzazione delle mie (nostre?) aspettative.
Io non mi sono mai sentita stanca di essere una buona moglie, una brava madre… anzi: la mia ambizione è quella di esserlo sempre più; sempre meglio!
Però non vorrei dare l’impressione di una idilliaca vita, tutta “rose e fiori”. Evidentemente anche per noi ci sono stati (come penso per tutti) periodi più o meno difficili; complicazioni, contrasti. E non soltanto per fatti contingenti o inerenti il buon andamento familiare.
Anche nel nostro rapporto interpersonale: alti e bassi. Periodi di “stanca”; periodi di allontanamento. Situazioni che ci hanno portati sull’orlo della rottura.
Circa 4 anni dopo il nostro matrimonio (i gemelli hanno all’incirca 3 anni): una vacanza tutta familiare. Una settimana in un villaggio turistico sul mare. Naturalmente la presenza dei bambini mi impegna moltissimo, per cui, pur se in vacanza, ho sempre pochissimo tempo da dedicare a mio marito. Che, però, sembra godere molto di questa involontaria libertà… siamo in vacanza, che diamine!
Durante quella vacanza, facciamo amicizia con una coppia di Americani, più o meno nostri coetanei (sinceramente non ricordo se in viaggio di nozze, ma comunque sposini abbastanza freschi). Lei si chiama Janet ed il tipico prototipo della ragazza americana: alta, magra, pochissimo formosa (io la definisco: allampanata) bionda, occhi azzurri… insomma: un tipetto abbastanza “sciapitello”; però molto simpatica, allegra, vivace, piena di vita (al contrario del marito, Kavin – se non ricordo male – che, per quanto un bel ragazzo, è un introverso, silenzioso, riservato, alle volte addirittura “musone”).
Mio marito e Janet legano in fretta e molto bene, sull’onda della reciproca allegria e voglia di divertirsi. Naturalmente la cosa mi infastidisce un po’, sia per la naturale gelosia che per la mia impossibilità di partecipare attivamente, legata come sono alle esigenze dei gemelli.
Mio marito naturalmente si giustifica, a fronte delle mie osservazioni abbastanza risentite e velenose, dicendo che sono, come al solito, sempre “malpensante” e sospettosa e che, quella con Janet, è soltanto una forma di amicizia e di gusto del divertimento privo di ogni malizia o secondi fini!
Una delle ultime sere di permanenza, l’animazione del villaggio ha organizzato una festa in “piazzetta”. Mio marito e Janet si divertono molto, sotto lo sguardo un po’ perplesso di Kavin, che sembra come sentirsi escluso dalla loro allegria, e del mio, comunque sospettoso.
Verso mezzanotte mi ritiro nel nostro residence, per sistemare i gemelli che non reggono più la stanchezza ed il sonno. Però, una volta addormentati i bambini, decido di fare due passi sulla spiaggia, poco distante dal nostro residence, per non allontanarmi troppo dai bambini che dormono, senza però rientrare alla festa che impazza nella piazzetta. La spiaggia, nella zona del nostro residence, è protetta da una serie di alte dune di sabbia rivestite da una scarna, ma fitta, vegetazione di arbusti. Che attraverso, silenziosa, nel buio di quella limpidissima notte stellata, per raggiungere la riva sulla quale si infrangono piccole onde, con ritmo lento e costante. È una notte di sogno… bellissima e romantica… se non fosse che proprio alla base della duna, le cui sommità sto cercando di valicare per raggiungere la spiaggia, in un anfratto naturale, che dovrebbe proteggere dallo sguardo indiscreto di chi attraversa la spiaggia (…già: di chi attraversa la spiaggia, ma non certo di chi arriva dall’altra parte… come sto facendo io), c’è una coppia! Ed è inequivocabile il motivo per cui quei due si siano rifugiati in quel “nascondiglio naturale”! Sono entrambi nudi; distesi sul letto di rena fine e bianca (che ne mette in rilievo, per contrasto, le sagome scure), in una “strana” posizione rovesciata, allungati su un fianco, uno di fronte all’altra. Lei gli sta facendo un pompino. Il ritmico movimento ondulatorio del capo non mi lascia alcun dubbio. Lui le tiene il capo posato su una coscia, a pochissima distanza dal sesso ed una sua mano (anche se non vedo molto bene) mi sembra l’accarezzi proprio lì: sono sicura che le stia facendo un ditalino.
Provo un senso di vergogna e di invidia… ma tu guarda questi due! sorrido tra me…
Lei è Janet!
Lui è Alessandro, mio marito!!!
Non sono capace di descrivere lo sgomento, la sorpresa, lo sdegno, la rabbia… e le mille altre sensazioni contrastanti e contraddittorie che attraversano la mia anima in quel momento. Vorrei urlare, gridare, mettermi a piangere; saltare tra loro e prenderli a calci a pugni a schiaffi; vorrei scomparire o vederli scomparire; vorrei ucciderli, addirittura! Mi sento umiliata, offesa, tradita, ingannata. Nauseata da quella “scena”.
Però non riesco a muovermi; a fare un gesto. È come se fossi inchiodata lì. Bloccata. Incredula.
Mi sono chiesta mille volte, in seguito, perché non sia intervenuta; cosa mi abbia impedito in quel momento di irrompere tra loro e scaricare tutta la rabbia e lo schifo che ho dentro.
Forse davvero mi sento male!
Forse davvero l’incredulità di quella scena!
O forse la paura, il timore, la mia impreparazione. Il terrore di dover affrontare da sola l’irreparabilità di quel che sta succedendo… perché, perché Alessandro è l’uomo che amo; l’uomo del quale mi sono ciecamente fidata; l’uomo al quale ho affidato la costruzione del mio futuro… e adesso?
Il padre dei miei figli! Mio marito!... e adesso?
Così (…e non so spiegarne chiaramente la ragione), sempre badando bene a non farmi sentire (ma non credo che quei due, così presi l’uno dall’altra, si sarebbero accorti di qualche rumorino circostante) mi allontano da quella scena; torno indietro.
Certamente sto piangendo; certamente ho il cuore a mille; certamente sto masticando parole (parolacce?) oltraggiose nei loro confronti; certamente mi metto a correre… ma non voglio che la passino liscia!
È talmente tanto il mio odio, il mio risentimento, la mia disperazione, la mia rabbia (forse anche nei miei stessi confronti) che, senza ragionarci sopra, prendo la strada della “piazzetta” dove la festa è ancora in pieno svolgimento. Mi ci vuole pochissimo a rintracciare Kavin, seduto ad un tavolino, come al solito assorto e quasi lontano, perduto chissà dove. Non devo essere in condizioni assai presentabili, perché lui mi osserva con espressione assai stranita. Gli chiedo (forse troppo bruscamente), nel mio inglese stentato, dove sia Janet. Alzata di spalle a rispondermi che non lo sa. E quando gli domando se ha visto, per caso, Alessandro, il suo sguardo si incupisce, quasi che stia collegando i due fatti… e allora gli prendo una mano e me lo tiro dietro, ripercorrendo a passo sostenuto la strada appena percorsa; a gesti gli spiego di fare silenzio e di camminare senza far rumore. Ed in 5 minuti o poco più siamo sulla vetta della duna, entrambi un po’ ansimanti. E sotto…
…sotto i due ora stanno proprio scopando alla grande! Lei è distesa sulla schiena; lui le è sopra. Le tiene afferrate le gambe, alle caviglie, sollevate, quasi ripiegate sul busto, allargate e… scena che credo non riuscirò mai più a dimenticare… sta andando su e giù col bacino: colpi lenti, profondi e sempre più rapidi. Anche se è buio e la scena tenuamente illuminata dal chiarore lunare, colgo lo sguardo di Kavin… prima sorpreso… poi incredulo… poi inorridito. Un urlo (credo il nome di sua moglie) e si precipita giù come un invasato.
Adesso non ho molto chiara la sequenza dei fatti. Credo che i due, spaventati dalle urla di Kavin, si siano rialzati. Credo che Kavin abbia colpito mio marito con un pugno. Credo che Kavin abbia afferrato sua moglie per i cappelli sbattendola con violenza sulla sabbia e colpendola a calci. Credo che lei urli. Credo che Alessandro cerchi in qualche modo di sottrarla alla sua violenza. Una immagine ho però molto chiara: mio marito in piedi, nudo, ancora il cazzo ben dritto, che mi guarda sgomento. Ecco questa credo che sia il ricordo più netto che ho di quella terribile notte: la paura nello sguardo di mio marito, con il cazzo duro, teso e lucido degli umori di quella puttana!
Non ho assistito al finale di quella scenata, perché, sempre piangendo, mi sono precipitata al nostro residence. Ovviamente i bambini si sono svegliati, spaventati dalla mia agitazione; si mettono a piangere. Cerco di rassicurarli, ma forse con troppo poco impegno. Tiro fuori da sotto il letto il trolley e ci getto dentro, alla rinfusa, la mia roba e quella dei bambini; poi, mescolando le mie lacrime con le loro (forse un po’ troppo istericamente), li rivesto alla meglio.
Non so cosa stia pensando precisamente… ho solo voglia di andarmene da lì, di allontanarmi il più presto possibile da quello schifo; ma soprattutto non voglio incontrare mio marito (e non riesco a cancellare quella scena… quella sequenza di fotogrammi: lui disteso su quella troia… i movimenti del suo corpo… l’immagine del suo cazzo – che pure non ho visto realmente – che entra ed esce dalla sua fica!). Sto cercando le chiavi della nostra auto, quando lui si affaccia alla porta-finestra del patio posteriore del residence. Si è rivestito, e mi guarda ad occhi sgranati, la disperazione dipinta sul viso!
Sorvolerò sulla scena (o scenata) del suo rientro al residence, mentre sto preparando i bagagli; sulla sua aria atterrita e contrita; sulla sua disperazione; sulle sue lacrime… e, soprattutto, sulle sue giustificazioni: il solito “…Dio, non so come sia potuto succedere!” ; “…ti giuro, non volevo!”; “…Va bene, lo ammetto: un momento di follia!”; “…lo so benissimo che quello che ho fatto è imperdonabile… (e se lo sai che cazzo vieni a fare a chiedermi perdono?)!”; e poi tutta la serie dei: “…non è colpa mia!”; “…me la sono ritrovata tra le braccia!”; “…lo so benissimo che non avrei dovuto!”; “…sono stato un idiota totale!”; e ancora: “…ti giuro, non significa nulla!”; “…lo sai benissimo che io…!”
In realtà, non so niente! Non voglio starlo a sentire… non voglio nemmeno vederlo. Per cui ho caricato i bagagli ed i ragazzi (sempre piangenti ed atterriti) in macchina e l’ho piantato lì! Dicendogli che quando voleva, poteva passare da casa nostra a prendersi la sua roba… e sparire!
Sorvolerò anche sul viaggio di ritorno, del quale ho solo un vago ricordo nebuloso. Non so come faccia a guidare, non so come faccia a ritrovare la strada, non so come faccia a “reggere” il pianto e la disperazione dei bambini… non so, in altre parole, come abbia fatto a ritrovarmi a casa!
Lui ci impiega 4 giorni per tornare (e certamente non è stata una scelta sbagliata, la sua). E credo che siano stati i 4 giorni più terribili di tutta la mia vita! Fortunatamente la scuola non è ancora iniziata e quindi non devo “mascherarmi” per fingere con gli altri che tutto va bene, che non ci sono problemi. Ma i problemi ci sono e li vedo chiari, disperatamente dolorosi, tragicamente angoscianti!
Mi vedo sola, abbandonata, senza nessun appoggio, senza alcuna sicurezza. E con i gemelli che… sarò in grado di badare a loro, da sola? Mi sento così impreparata ad affrontare il futuro… quel futuro che avevamo progettato di affrontare assieme. Ma soprattutto c’è l’immagine della mia “solitudine” che mi spaventa, mi atterrisce. Un rapporto che dura da 10 anni. Un rapporto che mi era sembrato così pieno e felice e inamovibile: un attimo e… cancellato?... annullato?... dimenticato?
Come si fa a dimenticare in un solo momento ben 10 anni di vita, per i quali avevamo tutti e due speso così tanto?... lavorato con tanto impegno e spesso sacrificio?
Sono in condizioni davvero pietose quando lui torna, dopo 4 giorni (non gli ho mai chiesto come e dove li avesse trascorsi). E non è certo in condizioni migliori delle mie. Il capo cosparso di cenere. La disperazione negli occhi. L’angoscia nella voce. Il desiderio di espiazione e di perdono nelle sue parole. E, pian piano, cerchiamo di ricucire gli strappi; di riparare i danni. Abbiamo passato intere nottate (non so dire: quante) a parlare, a cercare di spiegarci, piangendo, incazzandoci, litigando perfino.
Ovviamente in questa nostra ricerca di recupero, di ricostruzione, entra anche il rapporto fisico, sessuale. Dapprima con molta timidezza, con molta dolcezza, quasi con timore. Però non riesco a dimenticare, a cancellare le immagini di quella maledetta notte… il pompino che quella lurida troia gli faceva; la foga, la passione, l’abbandono con cui lui se la stava chiavando! Mi capita di non riuscire a “godere” ripetendo quegli atti, tra noi! E dopo il dolore, la frustrazione, l’umiliazione, entra la rabbia, il risentimento. Tanto che una notte, mentre stiamo scopando (io sono bocconi sul letto, a pancia sotto, lui con tutto il suo peso sulla mia schiena… scioccamente cerco di farlo in posizioni diverse rispetto a quelle del bruciante ricordo), improvvisamente scoppio in lacrime! Non ce la faccio, gli dico, non riesco a dimenticare, a non pensare…
Ed Alessandro, con durezza, afferma che non possiamo andare avanti così; che devo smetterla di pensare sempre…
Mi rivolto bruscamente e lo fisso negli occhi; più che dolore credo ci fosse rabbia, risentimento
Vuoi vedere che adesso è colpa mia!... gli dico.
Ma no… fa lui, cercando di attingere a tutta la pazienza di cui dispone… non è questo che volevo dire. Solo che o quello lo consideri come un fatto passato, superato… certo un mio errore, una cazzata che ho fatto… però ormai chiuso e…
Ne nasce una discussione (dai toni anche abbastanza accesi) a conclusione della quale io gli sbatto sul muso che allora potrò considerare chiusa la faccenda, quando mi sarò messa alla pari con lui! Quando cioè anche io avrò “scopato” con un altro. Ovviamente lui resta sorpreso e spiazzato da questa mia affermazione. E ne è probabilmente anche offeso. So benissimo di aver detto una cazzata e che non sarei mai capace di fare una cosa del genere. Non rientra nel mio modo di essere o di concepire un rapporto… ma è tanta la frustrazione, l’umiliazione che provo, che mi mantengo ferma (almeno a parole) in questa mia decisione: così è, se ti pare!... altrimenti …
Ma vaffanculo… mi ringhia lui sul muso, alla fine, imbestialito, esasperato… fatti scopare da chi cazzo ti pare! Basta che la finiamo con questa “tragedia” che si sta trasformando in una “farsa”!
Ma lui sa benissimo, quanto me, che non succederà. E questo, ovviamente, mi rende più furiosa che mai!
E l’occasione si presenta verso la fine di quello stesso anno. Ad una cena sociale, organizzata per i dirigenti dalla sua stessa banca, mi viene presentato… beh forse non sarebbe corretto rivelarne qui le generalità… allora diciamo che si chiama… Carlo, collega di mio marito ma con funzioni differenti. Un bel ragazzo, simpatico, estroverso, accattivante. A me sinceramente non è che piaccia poi così tanto; non ammiro molto chi si “allarga” troppo; chi presuntuosamente e spocchiosamente crede di potersi permettere ciò che vuole. Bello, si; simpatico, anche; brillante, certamente… ma, a differenza di tutte le altre signore (a dire il vero anche un po’ attempatelle), non mi affascina con la sua invadenza, con le sue allusioni fin troppo scoperte, con il suo graffiante e pesante humor. Forse però è vero il contrario. Perché da quel momento in pratica mi si “appiccica” addosso, spesso incurante anche della presenza di mio marito. Siccome io, per carattere, per educazione, per formazione socio/culturale, non sono capace di “prendere cappello” e mandarlo brutalmente “a quel paese”, rispondo con gentilezza, spesso con divertita ironia, alla sua insistente e spesso asfissiante “corte”! E Carlo, evidentemente fraintende. Forse anche mio marito, perché una sera mi fa quasi una scenata o comunque mi spara un pistolotto su questo argomento.
Credo che sia questa discussione (…ma come si permette ‘sto figlio di puttana che solo qualche mese addietro… con quella troia… e viene a fare a me lezione di morale e di comportamento corretto?) che, riaccendendo la mia rabbia solo sopita, mi decide a… “saltare il fosso”! E ‘fanculo, se devo farlo… beh Carlo mi sembra il soggetto più indicato.
E così anche io divento più gentile, più disponibile, insomma: gli dò corda (cosa della quale credo Alessandro si rende conto.
Comunque, per non portarla alle lunghe, un giorno Carlo mi invita a cena e le sue intenzioni sono abbastanza scoperte perché mi dice chiaramente che l’invito è diretto soltanto a me e, se voglio “divertirmi” meglio che lasci Alessandro a casa!
Accetto l’invito. E sono emozionata, spaventata, frastornata… ed indecisa se andarci o meno. Naturalmente chiedo a mio marito di restare a casa quella sera, coi bambini.
Perché… sorpreso… tu dove devi andare…
Ho un impegno, per cena…
Un impegno?... come un impegno… e con chi?
Beh… Carlo mi ha invitata a cena…
Carlooo???
Naturalmente ne nasce una accesa discussione, durante la quale lui mi getta in faccia che Carlo, l’unica cosa che vuole da me è: scoparmi! Io, di rimando, gli chiedo quali fossero allora le sue intenzioni nei confronti di Janet: amarla per tutta la vita? Ci rinfacciamo i rispettivi comportamenti di questi ultimi tempi ed io, con freddezza, con voluta cattiveria, gli ricordo l’impegno che avevamo preso quando lui era tornato a casa. Ci resta davvero male: deluso, amareggiato, sconfitto… e la cosa mi fa male, ma ormai ho deciso. E mantengo fermala mia decisione.
Sono quasi le otto di sera ed sono in camera da letto, finendo di vestirmi per recarmi all’appuntamento con Carlo.
Giuro che sto male, davvero!
Può sembrare assurdo, incoerente, ma davvero sono terrorizzata da questa mia decisione. So che se lo faccio, qualcosa si romperà nel mio rapporto con Alessandro; ma allo stesso tempo voglio che questa mia dipendenza da lui, questo mia “subordinazione”, si interrompa… forse la rottura sarà irrecuperabile, ma se così dovesse essere, meglio scoprirlo subito!
Alessandro ed i ragazzi sono nel salone a guardare un cartone in TV. Io in camera da letto sto finendo di prepararmi. Ad un tratto lo vedo lì, fermo sulla soglia, una spalla appoggiata allo stipite. Mi guarda fisso, accigliato. L’espressione dura, sconvolta… incazzata. Tace. Ed è quel silenzio che mi fa male, più di ogni altra cosa.
Allora, hai deciso di andare… non è né una domanda, né una affermazione la sua; solo una dolorosa e rabbiosa constatazione.
Per favore, Alessandro, ne abbiamo parlato, no?
In realtà non ne abbiamo parlato affatto; dopo la discussione (sarebbe meglio chiamarla “litigata”) del mattino, in pratica non ci siamo più rivolti la parola per tutto il giorno.
E a che ora torni?
Non lo so! Tra un po’ metti a letto i bambini e poi… non mi aspettare alzato… vattene a letto anche tu, perché…
Perché dopo andate a scopare?...vero?... è questo il programma, no?... oppure prima?…
Credo di averlo guardato con odio, con risentimento totale.
Oppure… prima e dopo, anche… sarebbe un’idea, no?
Che stronza!... e comunque tu, stasera, a quella cena NON CI VAI!
Io mi sto muovendo nervosamente per la stanza: dal grande specchio a parete, al lato del letto, all’armadio a muro, al tavolinetto dalla mia parte del letto. Mi blocco d’improvviso e cerco di fulminarlo con lo sguardo.
Che hai detto?
Che tu stasera non esci, capito?
Si raddrizza, mi si avvicina minaccioso. Cerco di sfuggirgli, ma lui mi afferra per un polso e, facendo ruotare su me stessa, mi manda a sbattere contro il bordo del letto. Perdo l’equilibrio e ci finisco quasi distesa, scompostamente.
Ale, non fare il coglione… credo che ci sia una nota isterica nella mia voce
Tu stasera non ci vai con quello, a fare la puttana… chiaro?
Ale, per favore… i bambini!!
E poi fai quello che ti pare! Separiamoci, divorziamo… vatti a fare sbattere da di cazzo ti pare… ma stasera da qui non ti muovi! Cazzo, sono tuo marito!... e lo sai che ti amo! Non me ne starò mica qui a guardare mia moglie che per un capriccio… per una stronzata senza senso…
Beh, potevi pensarci prima… a tutto questo amore che provi per me!
Cos’è… un cazzo quello che vuoi? Eccotelo!... prendi il mio e, perdio, fammi un pompino come si deve…
Mi è addosso, per impedirmi di sgusciar via; si sbottona furiosamente i pantaloni e lo tira fuori: è duro, teso, vibrante!
Non ci sono andata a quell’appuntamento (…e giuro che non me ne sono mai pentita). Abbiamo fatto l’amore per tutta la notte (dopo aver messo a dormire i gemelli). Ma non solo. Abbiamo parlato a lungo, sfogandoci; piangendo; incazzandoci; accusandoci; scusandoci; perdonandoci.
E promettendoci un sacco di cose.
Certo non è stato il giorno successivo che tutto è tornato normale; ma non abbiamo più parlato di quell’episodio e, col passare del tempo, lo abbiamo dimenticato o rimosso o, quantomeno, relegato nello “scaffale” dei ricordi simpatici e dei quali si può anche ridere.
E la nostra vita è tornata alla “normalità”, con tutti i problemi di una vita “normale”, che cerchiamo di affrontare assieme: spesso di comune accordo, spesso in disaccordo, solitamente cercando e trovando compromessi adeguati.
Ma soprattutto cerchiamo di mantenerci coerenti alle promesse che ci siamo scambiati quella famosa notte: fedeltà, onestà, sincerità, reciproca disponibilità. Certo, il nostro rapporto vive di momenti esaltanti, di momenti depressi, di alti e di bassi (come è normale che sia in un rapporto così lungo e profondo); ci sono anche altri momenti di “crisi”, seguiti solitamente da quelli di felicità esaltante.
In fondo abbiamo una bella vita, senza elementi di grande disturbo.
Abbiamo acquistato la casa, l’abbiamo arredata.
Cerchiamo di educare i gemelli, dando loro i “principi” che riteniamo giusti e consoni.
Il lavoro ci riserva spesso soddisfazioni e, naturalmente, qualche delusione; ma comunque ci impegna entrambi con professionalità e dedizione.
Abbiamo degli ottimi amici con i quali stiamo bene assieme e che frequentiamo volentieri e con assiduità.
Anche nell’abito famigliare non ci sono problemi o grossi attriti con le rispettive famiglie di origine.
Infine, anche dal punto di vista sessuale credo di poter affermare che siamo entrambi abbastanza soddisfatti. Credo di avertelo sottolineato in un’altra mail: facciamo sesso (senza assurgere a vette di fantasia scatenata) con il dovuto trasporto, quando ne abbiamo occasione, altre volte accontentandoci anche di rapporti più frettolosi e “superficiali”. E non ne facciamo un dramma se capita che per qualche periodo ci si debba astenere completamente.
E così siamo giunti alla fine della scorsa estate. Siamo tornati dalle vacanze. La scuola è ricominciata se pur ancora senza lezioni effettive.
Non è questo uno dei nostri “migliori” periodi, in assoluto. I gemelli stanno crescendo e se sino ad ora sembravano indissolubilmente legati, ora l’adolescenza li allontana un po’ (mia figlia comincia a mostrare segni di intolleranza per la presenza – che lei definisce: asfissiante – del fratello… e naturalmente, mio marito non accetta queste sue manifestazioni di indipendenza e di libertà… solita gelosia paterna?). Qualche screzio anche per la “casa”… abbiamo finito di pagarne il mutuo ed ora mio marito vorrebbe acquistare una barca (suo sogno di sempre), mentre io sarei dell’opinione di acquistare un altro appartamentino da intestare ai ragazzi (non si sa mai!). Presa di posizione nei confronti di mia sorella che si è separata dal marito (ovviamente lui è a favore di quest’ultimo, io invece propendo per mia sorella).
Nulla di grave, per carità… così come nulla di grave nel nostro rapporto fisico, sessuale: un po’ più statico del solito… un po’ più rado del solito… un po’ meno fantasioso del solito…
Ed all’inizio di ottobre, in una calda ed afosa serata (coda di una estate abbastanza lunga), siamo alla villa di Margherita ed Alfredo (amici di sempre… loro: padrini dei gemelli, noi: testimoni delle loro nozze) che festeggiano il 10° anniversario di matrimonio. Una bellissima festa.
Ed a quella festa io conosco… Enrico, avvocato, nuovo amico di Alfredo.
Enrico è un quarantacinquenne, separato da un anno e mezzo (prossimo al divorzio). Non è “bello”, ma il suo portamento elegante e raffinato ne fanno una figura indubbiamente interessante. Educato, un po’ manieristico, garbato e sempre attento. Ha una intelligenza viva, vivace, arguta (battuta sempre pronta e mai volgare o grossolana) condita con un eloquio correttissimo… da quel bravo avvocato che è!
Insomma lega molto bene con il “gruppo storico” dei nostri amici di sempre.
Oltre che della sua attività legale, Enrico si occupa anche di “cultura”, attraverso una associazione culturale della quale è socio fondatore ed amministratore. All’epoca l’associazione sta curando la messa in scena di una opera in vernacolo con una compagnia di attori più o meno dilettanti, locali. Non c’è dunque nulla di strano che mi telefoni spesso a casa per ascoltare il mio parere oppure per affrontare problemi relativi alla recita. Inoltre ci incontriamo abbastanza spesso con il gruppo di amici, nel quale lui sembra integrarsi sempre più.
Non sono stupida! Per cui mi accorgo ben presto delle particolari attenzioni che mi dedica. Nulla di così eclatante, intendiamoci… ma sono quei piccoli particolari, quelle accortezze, quelle gentilezze che non sfuggono all’ attenzione di una donna che ci presti un minimo di “occhio”!
Insomma: mi sta facendo “la corte”. Garbata, signorile, assolutamente non invadente… ma è indubbio che me la stia facendo in maniera insistente.
E, per la prima volta nella mia vita, la cosa non mi infastidisce. Anzi, devo confessare che addirittura mi lusinga. Mi fa sentire “bene”, forse solletica il mio “amor proprio”. Ma è così piacevole riprovare la sensazione di sentirsi “ricercata”, apprezzata, messa al centro della attenzione di qualcuno. Di qualcuno che, di contro, tu apprezzi a tua volta ed ammiri.
Ed un giorno me lo vedo comparire all’uscita della scuola…
Ma ciao Francy… come va? Sai passavo di qui… e mi sono ricordato che…
Scusa abbastanza banale. Andiamo in un bar nei pressi, prendiamo un aperitivo, seduti ad un tavolino d’angolo. Chiacchieriamo per un po’ in maniera molto amichevole. La cosa si ripete più volte, specialmente i giorni in cui esco un po’ in anticipo. E poi un pomeriggio (ormai l’insegnamento è diventato un lavoro a tempio pieno: quasi tutti i pomeriggi sono impegnati da attività didattiche di carattere progettuale, oppure riunioni, stages, corsi di aggiornamento, corsi di recupero… eccetera)… un pomeriggio, ti dicevo, che mi sono liberata in netto anticipo da una riunione, sono io stessa che lo chiamo in studio, chiedendogli di raggiungermi (fissiamo un appuntamento in un bar del centro.). E così anche questi incontri pomeridiani diventano una specie di abitudine. Naturalmente non parliamo solo e sempre di lavoro o di sciocchezze senza senso. Sempre più ci lasciamo coinvolgere da questa “condivisione”; sempre più spesso ci troviamo a parlare di noi stessi, del nostri rapporti, delle nostre aspettative di vita: ambizioni, delusioni, fallimenti, gioie, speranze…
Un giorno, siamo ormai a novembre inoltrato, Enrico mi chiede di andare a cena con lui, una sera. Da soli.
La cosa mi agita non poco. Cerco di tergiversare, gli dico che è inutile, che sta sprecando il suo tempo. Ma lui insiste… che diamine?... non sono disposta a concedergli niente, sul piano individuale, almeno questo!
Finisco per accettare… (ma che sia l’unica volta, lo sappiamo bene sia lui che io!) trovo una scusa con mio marito (ho il cuore che mi batte all’impazzata quando gli racconto quella chiacchiera)… ed un giovedì sera, sobriamente, ma elegantemente vestita, mi presento all’appuntamento che ci siamo dati. Scendo dalla mia auto e salgo sulla sua… gli chiedo dove vuole portarmi; lui (esauriti i complimenti di rito e di ammirazione) mi dice di non preoccuparmi, ha organizzato tutto!
Però non andiamo fuori città, come avevo previsto. Un quartiere periferico e residenziale. Larghi viali alberati, palazzi moderni e di gran lusso. Ferma l’auto, parcheggiandola, in uno di questi viali ed al mio sguardo accigliato e sorpreso che ho gettato all’insegna di una “pizzeria” lì nei pressi, risponde ridendo…
“…tranquilla, non voglio portarti in pizzeria!”… ma siccome io continuo a guardarlo interrogativamente, mi indica un palazzo di fronte (tutto vetri, acciaio e cemento) e fa scivolare lo sguardo verso l’alto, in cima al palazzo dove campeggia una specie di giardino pensile. Indicandolo aggiunge: “…quello è l’attico dove vivo io!”
“…casa tua? “
“…si…”
“…e che ci siamo venuti a fare?”
“…la nostra cena… ricordi?”
“…la cena… a casa tua?”
“…perché?... non ti fidi?... guarda che io sono un ottimo cuoco!” ridendo.
“…lo so che sei un ottimo cuoco (ne abbiamo avuto prova in qualche riunione di amici, dove si è deciso di cucinare)… ma non mi avevi detto che era a casa tua!”
“…cambia qualcosa?”
Ancora una volta cerco di spiegargli che è inutile, che non voglio impelagarmi in una relazione, che non sono il tipo capace di vivere situazioni ambigue e…
“…beh – mi interrompe lui, con una leggera nota di velata tristezza e forse anche un po’ di risentimento (ce l’ha con me?... perché?) – considerala come una cena di addio!”
Resto davvero spiazzata di fronte a questa affermazione! Però, visto che abbiamo chiarito le cose…
L’attico di Enrico è abbastanza piccolo, ma dotato di una enorme terrazza che lo circonda su 3 lati. Entrando, mi accorgo che nel saloncino/ingresso il tavolo centrale (di acciaio e cristallo) è elegantemente apparecchiato per 2 (davvero questo stronzo si è organizzato tutto per bene… penso)
“…togliti il soprabito – dice in tono discorsivo, dirigendosi a grandi passi verso una porta a scomparsa – una ventina di minuti e siamo pronti per metterci a tavola”

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