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L'Angelo Bianco
Scritta da: kratos67 (2)

La linea sinuosa del suo corpo, il perfetto movimento del suo passo, sicuro ed inarrestabile, il suo sguardo fiero, dritto in avanti al di sopra delle teste di chiunque, a seguire un indefinito punto all'orizzonte e quel fusciante abito bianco la rendeva una angelo quasi invisibile al cospetto del resto della folla che distratta avanzava sulla strada, dandole lo spazio quando lei si trovava a pochi centimetri da essi, quasi timorosi di doverla anche solo sfiorare per non rovinare la compostezza della sua figura.
Seguivo la sua nobile camminata stando appoggiato con la schiena contro il pilastro della porta del mio studio fotografico, nel pieno centro del paese. Pensavo come sempre di quanto sia cambiato il mondo della fotografia con l'avvento del digitale. Tutta questa gente non aveva più bisogno di me.
L'angelo bianco si avvicinava sempre di più a me, senza motivo sentivo il cuore accellerare, poi, quando fu a pochi metri da me e dal mio laboratorio, fu un lampo, il suo sguardo lasciò per un attimo quell'imprecisato punto all'infinito e, accompagnato da un morbido movimento della testa, si posò su di me. Incrociai i suoi occhi neri come la pece, 1/125 f/16 pensai, l'accoppiata giusta per quel ritratto, lo scatto nella mia mente e di nuovo il suo sguardo a rincorrere quel punto.
All'indomani, intento a sfogliare per l'ennesima volta la rivista del fotoamatore, senti una presenza all'ingresso del laboratorio.
"Buongiorno" sentii senza alzare lo sguardo. Risposi e sollevai la testa. Di nuovo il cuore impazzi, era lei, l'angelo bianco, la riconobbi subito nonostante l'abbigliamento più sportivo, jean e camicia dal taglio maschile. Ma lo sguardo dritto e fiero e i capelli sciolti e vaporosi erano gli stessi del giorno precedente.
"Mi hanno detto che lei è molto bravo, vorrei fare delle foto, per me"
"Le interessa un book?" Le chiesi con un certo finto distacco.
"Si chiama così? In questo caso, si."
"Va bene, preparo la sala di posa per domani sera alle 8. Le va bene? Pensi lei all'abbigliamento, al trucco e alla acconciatura, io penserò al resto."
"Mi avevo detto che lei è un uomo che sa il fatto suo. E' proprio quello che cercavo. A domani allora."
Si girò con grazia e sicurezza, e sparì nella calda luce del pomeriggio.
Alle 8 precise era tutto pronto, feci qualche scatto per misuare di nuovo la luce, controllare i riflessi e le impostazioni della macchina fotografica. Tutto a posto, manca solo il soggetto. "Arriverà", pensai.
Arrivò. Appena 10 minuto di ritardo, un ritardo signorile, glielo concessi senza dire niente. Il tempo di un cordiale saluto, notai un abito essenziale, così come il trucco appena visibile. Poi si portò senza che dissi nulla nel centro della scena che avevo preparato. Accesi la musica e iniziai. Clic clic clic. Le dicevo poche cose, spesso mi anticipava nei movimenti, sorrideva, si intristiva, faceva sguardi attonici, eccitanti, simpatici, distinti, orrendi.
Pensai che fosse un'attrice, o comunque una abituata all'obiettivo. Clic clic clic. Continuavo a scattare. Alzai il volume della musica, la sua danza divento sempre più frenetica ma ritmica, adeguata, distinta. Anche clic, ancora un pò più di volume.
Nella foga di cercare sempre l'iquadratura migliore e di fermare il momento più adatto non mi accorsi che diventava sempre più audace. Si stava sollevando la gonna per mostrare gli elastici delle giarrettiere, aveva sbottonato due bottoni della camicetta dal quale si intravedeva buona parte del reggiseno. Entrai in sintonia, cambiai obiettivo, preferii uno medio tele senza filtro flu.
Clic clic clic, ancora scatti, ancora movimenti che ormai erano diventati erotici. Potevo vedere chiaramente le sue mutadine ora che la gonna era arrivata a scoprire totalmente le gambe.
Alzai ancora il volume. Si voltò dandomi la schiena, si chinò in avanti, girò la testa all'indietro verso di me, inquadrai il viso, clic, poi inquadrai il suo sedere attravarsato dal sottile perizoma, clic. Allargai la zoomata, cliccai sull'insieme.
Si voltò, si tolse la camicia, giocò con i seni stretti nel reggiseno ricamato, poi piano piano fece saltar via anche quello.
Fotografai i suoi seni nudi, ripresi i suoi capezzoli in controluce, le feci bagnare con dell'acqua, perfetto. Clic clic clic.
Era in terra, tirò via le scarpe tenendole dal tacco, clic clic, liberò la prima calza dalla giarretiera, clic, clic, clic, la seconda, clic, la tirò via lasciandosi le gambe scoperte, clic, si alzo e si rimise le scarpe, clic, giù la lampo della gonna, clic, la gonna a terra, clic, la prese con un piede, clic, la calciò via, clic.
Si girò, giù piano il perizoma, prima a destra, clic, poi a sinistra, clic, lo portò fino alle ginocchia clic, si girò di nuovo verso di me, clic, clic, clic, si copriva e scopriva il seno, clic, il pube, clic, clic, clic. Ancora a terra, via anche il perizoma, clic, clic, clic. Era completamente nuda, ancora clic. Con le gambe divaricate mi mostrava la sua essenza femminile, clic clic clic, tirava su i suoi seni sebbene non ce ne fosse bisogno, clic, sempre più audace mi mostrava anche il suo segreto posteriore. Clic clic clic. Guardai gli scatti, 875. Guardai l'orologio, le 22,38. Due ore e mezza per 875 scatti, modella perfetta pensai.
Si fermò di colpo. Un paio di clic ancora poi mi fermai anch'io. Spensi la musica.
"Sono senza parole" dissi.
"Sono stata brava?" commentò quasi ingenuamente. Senza abiti quel suo alone di misteriosa alienazione alla vita terrena era scomparso.
Mi avvicinai appoggiando delicatamente la macchina sul tavolo al mio fianco.
Lei restò li, inchiodata allo sgabello della scenza con il quale aveva duettato per tutto questo tempo. Le presi una mano, con l'altra mano le accarezzai il braccio salendo fin sulla spalla, percorsi il suo lungo collo fin quasi all'orecchio, poi ridiscesi, però presi una strada diversa, non verso la spalla dalla quale ero venuto ma verso il basso, risalendo quindi sul suo seno verso quel capezzolo rosa pallido che avevo fino a poco tempo fa reso luminoso dal controluce delle mie lampade.
"Ho sete, mi disse"
"Ti porto da bere". Le diedi del tu, mi sembrava naturale. La lascia sola, pensai che ormai si stesse rivestendo, invece quando tornai con bottiglia d'acqua e bicchieri era ancora li, nuda, ad aspettarmi.
Bevemmo. Ci guardavamo mentre bevevamo. Poi, lasciati i bicchieri sul tavolo, feci il gesto di avvicinare le mie labbra alle sue. Non si mosse, le socchiuse leggeremente. Voleva questo. La baciai. Ricambiò il mio bacio e fu come per le foto, presto divenne molto audace, le lingue combatterono a lungo per determinare quale delle due doveva entrare nella bocca dell'altro. La feci vincere una prima volta, poi vinsi io. Sentivo la mia erezione premere sui fianchi morbidi ma dal taglio spigoloso della sua figura. I suoi baci audaci mi convinsero ad essere audace. Presi il suo seno tra le mani, baciai il suo collo, le sue orecchie, scesi a baciarle la gola, il petto e finalmente i capezzoli, li morsi, gemette, affondai la testa tra quelle montagne di carne morbida e profumata. Sentii salire l'odore del suo ventre femminile, ne fui schiavo immediatamente, volli ubriacarmi del suo spirito. La spinsi verso il divano, sollevò le gambe, e affondai il mio viso sulla sua vagina, mi bagnaì, bevvi tutto quel grondare di piacere, sprofondai la lingua all'interno, succhiando quanta più passione possibile. Non mi risparmiai, leccai, baciai, toccai, penetrai con le dita fin dove mi era possibile. La sentii gemere e con un fremito lungo e incontrollato venne di piacere direttamente sulla mia bocca avida di quel piacere violento. Paga del suo piacere mi sollevò la testa e mi baciò sulla bocca. Mi spogliavi, sentii la mia potenza librarsi verso l'alto una volta liberata dalla stretta degli abiti, mi avvicinai al suo corpo e la penetrai continuandola a baciare sul quel bellissimo viso, in preda alla sottomissione del piacere.
La feci mia con dolcezza e passione e venni sul suo ventre e sui suoi seni sudati. Si toccò il corpo bagnato del mio seme, poi ci guardammo, ci venne da sorridere. Mi distesi e ci baciammo ancora.
Guardai l’orologio, quasi l’una.
“Ti va qualcosa da mangiare? A due passi da qui c’è un ristorante niente male aperto fino all’alba”.
Sorrise. “Va bene”. Poi aggiunse: “Mi avevano parlato male di te, dicono che sei un orso.”
“Perché non ho mai incontrato un angelo” risposi.
“Andiamo, così senza lavarci” disse “così si vede che abbiamo fatto l’amore”.

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