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Il gazebo
Scritta da: uomovento (6)

"Scendi?". Ero con le cuffie e non sentivo nulla, vedevo solo una bella ragazza con i capelli lisci e castani che muoveva la bocca. A dire la verità non è proprio vero che non sentivo nulla, la sconosciuta mi premeva il seno contro il braccio. Mi tolsi le cuffie imbarazzato e accaldato. "Scendi?" fece di nuovo. E come in sogno dissi si, scostandomi un pò da quelle rotondità morbide e profumate. Per pudore, non per paura. Rincorrendomi la ragazza riportò il suo morbido davanzale contro di me. Si aprirono le porte del bus e scendemmo. La ragazza si accese una sigaretta e io, dovendo aspettare un altro mezzo mi sedetti sulla panca. Con occhi curiosi la giovane mi guardò in mezzo alle gambe, una volta accorto di cosa stesse facendo tentai di incrociare il suo sguardo. Imperterrita continuava a guardarmi e fumava divertita. Alzava lo sguardo a momenti, ma come cercavo di capire qualcosa dai suoi occhi, questi tornavano a scendere sul mio pube, ormai ingrossato. Il mio bus era passato e la sigaretta era quasi finita. La ragazza si girò con ampio movimento della testa, mostrandomi lo scintillio dei capelli e facendomi arrivare, seppur lievemente, il suo profumo fruttato e fresco. Il sole non dava tregua, le ombre erano lunghe e distinte. Una giornata di Luglio in periferia. Cominciai a perdermi nei pensieri quando vidi la sua figura allontanarsi, con passo svelto, i capelli lisci raccolti con un fermaglio blu, su di un lato, folti e con una spalla nuda. Il filino della maglietta in bilico dal cadere. Mi morsi le labbra e mi dissi "coglione". Presi su e le corsi dietro, sentendomi arrivare lei si fermò girandosi, ormai vicini mi tese la mano, la presi e camminammo, come una coppia, lungo il muro, sul marciapiede. Il parco lì vicino era deserto, era ora di pranzo, decidemmo di sederci per parlare. Scegliemmo un gazebo un pò fuori mano, lei si tolse le scarpe e si sdraiò su un lato, sul tavolo. Io rimasi seduto sulla panchina, potevo sentire il suo respiro, era calmo e profondo. Mentre fumava sorrideva, aveva la pelle liscia, le labbra disegnate, mi facevano pensare ad una albicocca. Spense la sigaretta e si girò, mostrandomi il collo. Era distesa davanti a me. Con i piedi nudi, i talloni raccolti in un abbraccio reciproco, la pianta del piede inarcata, con le dita danzanti a una melodia sconosciuta a tutti tranne che a lei. Allungai la mano, sul collo, era impossibile resistere dal toccarla. Le carezzai la schiena, quel poco sopra la maglietta, con un dito. Poi due. Con tutta la mano infine. Lei si muoveva domata e sospinta dalle mie carezze. I capelli, la chioma castana, erano spariti. Chiusi gli occhi dalla gioia. Dopo poco lei si alzò, e ne fui spaventato. Pensai che il mio desiderio di toccarla l'avesse offesa. Sorridendo come sempre mi guardò, incrociò le braccia e la maglia sparì. Comparvero i seni, pesanti ma tonici, apparvero due capezzoli, piccoli e richiusi, come intimiditi dal dover mostrarsi senza preavviso. Alzò le braccia e si annodò i capelli, con estrema naturalezza mi mandò un bacio e tornò accovacciata come prima. Il mio desiderio cominciava a darmi alla testa, mi sarei slacciato i pantaloni e mi sarei segato li, subito, senza aspettare e scoprire cos'altro aveva da raccontare quell'incontro misterioso. Allungai di nuovo la mano, lei di schiena, il seno era compresso dal braccio e si mostrava tondo e perfetto. La pelle di colore uniforme, abbronzata, elastica e giovane. Continuavo ad accarezzarla, con fermezza e presenza di spirito, nonostante lo sforzo. Tornai in me e realizzai cosa stesse succedendo. Mi tolsi la maglia e mi sdraiai accanto a lei. Mi fece spazio, come in un letto. Eravamo su un tavolo, sotto un gazebo, in mezzo a un parco. Cominciai ad accarezzarle la pancia da dietro, reggendomi la testa sopra la sua, sul palmo della mano, i suoi capelli mi solleticavano il collo e il mento, lei respirava, con gli occhi chiusi, la bocca lievementa aperta. Il suo orecchio mi fu rivelato da una brezza. Pareva di ceramica rosata e semitrasparente. Le diedi un bacio sulla nuca, premendola contro di me, con l'altra mano. La lasciai andare e come musica si girò, mi morse un labbro e mi baciò. Mi riempì la bocca di saliva e sorpreso le restituì l'ingombro, lei mandò giù, si scostò e mi guardò. Allungai la testa e lei si ritrò. Era sopra la mia pancia, mi guardava come un felino, aspettava la mia mossa ed era pronta a colpire, mi teneva le mani bloccate sul tavolo e non potevo reagire. Mi baciò lo stomaco. E tornò a guardarmi. Morse il mio ombellico e ci passò la lingua dentro, tornò su e mi spinse il seno sopra il volto, schiaffeggiandomi. Offrendomi i capezzoli ormai spuntati e per niente imbarazzati. Succhiai e con le mani libere le strinsi le natiche. Morbide e carnose. Mi riempii la bocca con quella carne, offerta dal cielo, pendula e con le aureole ben definite. Stringevo i capezzoli tra il palato e la lingua, come un neonato. Succhiando con energia, aspettando il nettare dell'infanzia, che non arrivò. Cambiavo seno alle sue movenze e come incitato dalla sua voce e i suoi sospiri sapevo quando stringere, mordere o baciare, leccare con rispetto o approfittare di lei e delle sue bellissime curve. Lei mi teneva la testa premuta contro il suo seno con una mano tra i capelli finchè non mi abbandonò alle mie forze, tenni il capo alto, vicino a quelle meraviglie e la vidi tornare al mio ombellico. Mi baciò di nuovo e salì, ai miei capezzoli, mordendoli e succhiandoli. Con le mani mi slaccò i pantaloni e spinse via la biancheria, liberandomi il membro. Salì di nuovo alla bocca, baciandomi, strofinando le labbra contro le mie, guardandomi negli occhi. Sparì, seguita dai capelli, mi baciò la pancia e poi il pube, scese ancora e mi baciò le cosce, spostando il membro con il naso e poi con le guance, mi baciò sempre più vicino ai genitali, finchè non li fece scivolare tra le labbra. Accarezzandoli con la lingua. Mi allargò le gambe e mi tolse il pantaloni. Si accovacciò da un lato e si spogliò. Tornò a baciarmi e sollevò la gamba, mostrandomi il suo prezioso tesoro, mi scavalcò e fu sopra di me, mise le gambe sotto le mie braccia e si porse, senza paura. Non aveva segreti per me, non più. Acchiappai a piene mani le sue terga così volutamente indifese e le allargai per poi comprimerle. La sua lingua correva lungo la mia mazza, l'aveva riempita di saliva, mi leccava lungo tutta l'estensione, dalla base fino alla punta, con ritmo. Intanto le stuzzicavo il clitoride, con la bocca, succhiandolo e rilasciandolo, senza preavviso. Le frugavo tra le gambe con la lingua, riempiendomi il mento della sua umidità. Cercavo il suo sapore, tra la morbidezza della sua pelle, liscia e sottile. Aumentavo la quantità di saliva e subito venivo ringraziato, aumentava il suo sapore. La tenevo ferma tra le mani e la sentivo agitarsi, cercavo nel suo intimo e lei si ritraeva, come volendo scappare alla mia ispezione ma riproponendosi, disponibile e appagata più di prima. La tenevo aperta con le dita e con la lingua la incoraggiavo a riempirsi la bocca con il mio membro. Teneva la mano raccolta poco sotto le labbra, stringendo mentre saliva alla punta e rilasciando di poco la presa mentre scendeva alla base. Accoglieva la mia punta con gentilezza, offrendomi la lingua come ristoro una volta uscita allo scoperto, bagnandomi con affetto la dove forse non avevo sentito la morbidezza del suo palato. Con la lingua seguiva le mie forme con volontà assetata di conoscenza. Mi percuoteva l'asta, tenendola con due dita alla base, sbattendola contro le sue labbra aperte, attutendo i colpi con la lingua. Poi, come desiderosa di perdono, subito dopo tornava ad accogliermi nel palato, sempre danzando con la mano. Dirigendo la musica con le labbra aderenti lungo il mio pene eretto. Il parco e il gazebo non avevano custodito il nostro segreto. Eravamo presi dalla nostra danza che non ci accorgemmo di cosa stesse succedendo intorno a noi. Non feci in tempo a venire che mi ritrovai la volante dei carabinieri a una decina di metri. La ragazza, di cui ancora non conoscevo il nome, si staccò da me lasciandomi umido e carico di sperma, andò a vestirsi di corsa, con il sedere arrossato dalla mia presa. Mentre lei si annodava i capelli, ormai vestita e lontana, ero ancora nudo, con il membro in mano, liberandomi i genitali. Non avevo le forze per reagire, sentivo in bocca il sapore della sua carne e mentre venivo mi poggiai al tavolo, rischiando di cadere a terra, avevo i muscoli delle gambe e del corpo contratti come fossero stati vittime di crampi. Appena tornate le forze misi su i jeans, la maglia e stremato mi avviai verso la volante. Dopo in commissariato, io e la ragazza ci presentammo.

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