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Dopo tre giorni l’ospite ancora profuma di fica
La mia ragazza è sempre stata una di quelle persone che negherebbero fino alla morte di essere gelose, e le crederei, se non dicesse peste e corna praticamente di ogni donna che avesse anche la più remota possibilità di finire nel mio letto. Ecco perché le sue amiche sposate e con figli sono tutte, a suo dire, delle fiche pazzesche, mentre quelle a caccia di maschio sono tutte – ma proprio tutte – dei cessi allucinanti. Io però ho spesso avuto modo di non essere d’accordo, ma mi sono sempre guardato bene dal dirglielo, perché so quanto può essere pericolosa Marina se si mette in discussione la sua bellezza suprema!
Marina è alta quanto me, poco meno di un metro e ottanta, capelli lunghi e scuri, occhi da cerbiatta e sorriso malizioso. Ha due seni piccoli piccoli, con dei capezzoli duri come il marmo. Ma soprattutto ha un culo da spezzarti il fiato, in cima a due cosce che ti ci vuole mezz’ora per leccarle dal piede all’inguine. Insomma, Marina è una figa da paura, e non so quante volte mi è salito il nervoso per strada a sopportare i fischi e gli apprezzamenti dei maschi in calore.
Quando Marina mi aveva parlato della sua amica Inge ero rimasto tutt’altro che affascinato. Era venuta a Bologna qualche anno fa per frequentare il DAMS ma non si era mai ambientata del tutto: il suo temperamento di tedesca non si sposava per niente con la calda cordialità dei bolognesi. Marina me l’aveva descritta come un pezzo di ghiaccio: bellissima, intelligentissima, certo, ma difficile da avvicinare e impossibile da chiavare. Ci avevamo riso un po’ su, e io le avevo detto che da buon meridionale avrei sicuramente potuto farle del bene, e lei con una risata cattiva aveva chiuso il discorso dicendomi che se fossi stato nudo in un letto con Inge probabilmente mi sarei congelato io, anziché riscaldata lei.
La faccenda era finita lì, se non che dopo un paio di mesi Marina mi avvisò che Inge sarebbe tornata a Bologna per un paio di giorni per sbrigare alcune faccende in sospeso con l’Università. La cosa non mi scompose più di tanto, ma quando il momento del suo arrivo si avvicinò, Marina col solito sguardo da angioletto mi disse «ti dispiace se la ospitiamo a casa tua?».
Il perché è presto detto: Inge le aveva chiesto ospitalità, ma Marina viveva ancora con sua madre, un’arpia indigeribile. Piuttosto che portarla a casa sua, preferiva correre il rischio di farmi vedere quella bella fica teutonica mezza nuda in giro per casa, ma mettere la sua amica a proprio agio. Avendo visto il mio tono di sberleffo nei confronti di Inge, poi, si sentiva sicura che tutto sarebbe andato liscio. E aveva ragione! Perché quando me lo disse, ebbi una reazione sgarbata e ci rimasi veramente male: avrei dovuto tenermi quel merluzzo germanico al traino per tre giorni, senza possibilità di fuga!
«e dai… non fare l’antipatico!» mi disse Marina «potrò pure chiederti un favore, no?»
Io presi subito la palla al balzo: «questo non è un favore, è un dito su per il culo», le dissi.
«e allora vuol dire che me lo renderai» rispose maliziosa Marina.
Io colsi al volo l’allusione e non esitai a farle la mia proposta.
«facciamo così: intanto te lo rendo, poi magari vediamo se Inge può venire da me…»
Marina fece la scontrosa, ma quando mi avvicinai a lei e mi misi a frugare nel collant non fece troppa resistenza. Col dito andai a scavare nel suo tanga e senza staccare lo sguardo dai suoi occhi cominciai a toccarle la fica. Lei non staccava mai lo sguardo da me, ed io feci altrettanto.
«vedi» le dissi «a me fa piacere ospitare le tue amiche, ma capisci che per tre giorni sarà una rottura di coglioni…»
«lo so…» disse «ma come faccio a dirle di no, è una mia amica…»
«ma non mi avevi detto che è antipatica? Com’è che siete così amiche tutt’a un tratto?»
«è che…» ansimava Marina mentre il mio dito le massaggiava il clitoride «non è che siamo proprio amiche, ma quando era qui, noi…»
facevo finta di non capire, ma avevo intuito che c’era qualcosa sotto.
«non è che la signora di ghiaccio ti ha leccato la passerina?»
Sentivo il dito tutto bagnato mentre la provocavo.
«n-no… cioè, è successo che ci siamo baciate, qualche volta… lei è così bella…»
«ci hai limonato e basta, o ti ha leccato la fica?» insistevo io, e lei non rispondeva. Avrebbe voluto andare via, ma a quel punto non poteva andare da nessuna parte.
«ma senti senti…» insinuavo io «ecco perché non la chiavava nessuno la bella Inge: perché le piace leccare la fica, alla troia. E lei se la fa leccare? » Marina ormai non diceva più nulla, si limitava ad annuire con la testa mentre stringeva le cosce sempre più strette attorno alla mia mano che la masturbava. «e alla mia troia piace leccare la fica di Inge? Ti piace più il sapore della fica o del cazzo in bocca?»
Marina non ne poté più e venne istantaneamente. Riuscì a mugolare «i-il cazzo…» e mi mise una mano sul pacco, ma io non avevo nessuna intenzione di cambiare gioco e senza andare troppo per il sottile spostai il dito dalla fica e glielo infilai nel culo. Marina emise un urlo ma non ci pensò neanche a protestare: se lo tenne tutto dentro per qualche secondo prima di cominciare a rilassare i muscoli del culo per permettermi di cominciare a muoverlo e spingerglielo dentro per bene. Nel frattempo con l’altro dito avevo ripreso a martoriarle la fica: veniva così copiosamente da arrivare a bagnare anche il buco del culo, facilitando il lavoro del mio dito che sembrava ingrossarsi colpo dopo colpo, come se fosse arrapato anche lui. Ormai aveva trovato la sua strada, e fece posto anche a un altro dito che lo aiutasse ad aprire meglio quel culo di burro. Con tutti i buchi pieni Marina stava quasi sollevata da terra, arpionata con le unghie alla mia camicia.
Io ero sempre più stronzo: «come facevate a riempirvi il culo? Usavate un vibratore? Dopo tutte quelle leccate non vi veniva voglia di un bel paio di cazzi che vi sfondassero le fiche?» ma Marina non mi sentiva neanche più: fece un paio di sussulti e mi fece un lago in mano. Tirai fuori le dita e lei si accasciò su di me, ansimando stremata. «su» la confortai «non ti preoccupare, vedrai che tre giorni passano in fretta…»
«può… può venire da te, Inge?»
«ma certo, amore, certo…»

E arrivò anche Inge. Scese dal treno e Marina la riconobbe da lontano. Sarebbe stato impossibile confondere quella macchia chiara in mezzo alla fuliggine della stazione.
«piacere, Inge»
«ciao Inge, ti aspettavamo»
«Inge! Come stai! Da quanto tempo! Sono troppo felice che possiamo stare un po’ insieme! Sapessi quante cose che…»
Mentre Marina blaterava e si abbracciava la sua “amica” io neanche mi tolsi gli occhiali da sole. Volevo mantenere un’aria assente il più possibile, per evitare sentimenti di fratellanza che avrebbero reso i tre giorni ancor più lunghi. Camminando dietro alle due ragazze, però, non potei fare a meno di notare che Inge, fredda o no, era veramente un gran pezzo di fica. Alta come noi, rossetto appariscente, capelli biondi e lineamenti forti ma graziosi. Avevo questi due culi magnifici che mi ballonzolavano davanti e pensavo che sarebbe stato un piacere sprofondarci le mani dentro, quando un tipo tutto ingelatinato mi passò accanto e si lasciò uscire un «Maronna mia bella…» che rese subito evidente che era napoletano. La cosa stranamente non mi infastidì, anzi: mi fece sentire orgoglioso per la consapevolezza che in almeno uno di quei due culi entro sera ci avrei piantato il cazzo e che, con un po’ di fortuna, avevo buone possibilità di piantarlo anche nell’altro.
In fondo non mi importava granché che Inge fosse simpatica: i culi mica devono dire barzellette!
Il programma della giornata era serratissimo e dopo quattro ore, finito lo spettacolo teatrale, eravamo tutti esausti e non vedevamo l’ora di tornarcene a casa.
Io abito un po’ fuori città, in una casetta di campagna in un paesino alle porte di Bologna, e per rientrare ci volle una buona mezz’ora. Lungo il viaggio Inge e Marina si raccontavano gli ultimi due anni passati, mentre io facevo di tutto per estraniarmi e non accorgermi di quanto fosse odiosa e snob la tedesca. Cercavo di pensare solo al suo culo e sapevo che se avessi smesso di concentrarmi su quello mi sarebbe passata ogni fantasia.
Arrivati a casa sistemammo Inge nella stanza adiacente alla mia e ci preparammo ad andare subito a dormire. Avevo tenuto i riscaldamenti spenti e la casa era un igloo. La cosa non mi turbava affatto, e le lamentele di Marina non mi scalfivano nemmeno, ma Inge non smetteva di lamentarsi: che freddo, che freddo, che freddo... che palle.
«ma voi tedeschi non siete abituati alle temperature rigide?»
«Io no» disse Inge «a casa mia il riscaldamento è sempre acceso»
«Beh, accendiamolo e andiamo a letto» sennò ti ammazzo.
Marina in un nanosecondo era sprofondata nelle lenzuola e appena entrai io si fece a palla e venne a rannicchiarsi addosso a me. Spensi la luce, le feci calore, e lei si addormentò subito. Nel silenzio assoluto però io faticavo a prendere sonno e poi sentivo uno strano rumore che non riuscivo a capire cosa fosse. Passarono alcuni minuti e il rumore non smetteva: si era fatto più ritmato e flebile, ma era sempre lì. Ebbi un’illuminazione e capii che era Inge che batteva i denti per il freddo, ed emanava dei sospiri strozzati. Mi dissi che era da veri cafoni farle patire il freddo in quel modo e senza pensarci troppo mi sganciai senza far rumore da Marina, scesi dal letto e percorsi in punta di piedi i pochi metri che mi separavano dall’altra stanza. Aprii la porta e zitto zitto mi andai a infilare sotto le coperte dietro a Inge che giaceva su un lato. Sicuramente lei doveva star pensando che fossi Marina, nostalgica dei vecchi tempi e tornata al focolare per un’ultima leccata. Perciò feci attenzione a non dire neanche una parola e le misi le braccia attorno alla vita e la avvolsi tutta. Inge smise subito di tremare e sembrò sciogliersi come la neve sotto un improvviso raggio di luce. Dall’abbraccio passai subito alle carezze e in men che non si dica le mie mani la stavano palpeggiando tutta dalle tette alle ginocchia. I sospiri non erano più per il freddo, ma per l’eccitazione. Inge spinse il culo indietro e avvertì il mio cazzo enorme piantato come un’asta contro il suo pigiama di velluto che avrebbe sterilizzato un pornostar. Per un attimo temetti che avrebbe fatto una scenata, e invece la volpe tedesca esitò solo un secondo prima di pigiare ancora più forte lo spacco delle chiappe sulla mia mazza. Mi strusciava il culo addosso come una maiala sudamericana, e facevo fatica a credere che l’algida Inge che avevo conosciuto nel pomeriggio fosse la stessa che mi stava facendo scoppiare il cazzo nelle mutande quella stessa notte. A proposito di Algida, il calippo urlava tutta la sua voglia di fica e non potei trattenerlo oltre. Non stetti a badare ai preliminari: tirai giù il pantalone del pigiama a Inge e le infilai il cazzo nella fica. Il freddo si stemperò velocemente dentro quella passera bollente: sembrava di tenerlo a bagno nel brodo dei tortellini! Da dietro le stantuffai una buona dose di cazzo in corpo, mentre con le mani trovavo la certezza che Inge aveva veramente un corpo da urlo. Non so se avessimo fatto casino, ma a un certo punto, mentre stavo sdraiato con Inge sopra di me rivolta verso la porta, questa si aprì emettendo un lieve gracchio. La luce si accese e io cercai di radunare il poco di lucidità che mi restava per inventare una scusa in una situazione del genere, ma Inge mi precedette e urlò all’amica «Marinaaa! Vieni a leccarmi la fica, ti prego!»
Neanche Marina ci stette a pensare più di tanto e si lanciò verso di noi come una pantera. Si mise a leccare il clitoride di Inge con la punta della lingua, mentre io col cazzo facevo su e giù dentro quello strudel. Ogni volta che un colpo arrivava a segno, Marina sentiva le mie palle sbatterle sul labbro inferiore, e quando la zoccola se ne accorse cominciò a distribuire i colpi di lingua equamente tra il mio scroto e la fica bionda. Inge era in estasi, ma di sbrodare neanche a parlarne: il suo temperamento non glielo consentiva ancora. Invece Marina si aiutava da sola a raggiungere l’orgasmo: avrebbe voluto il suo maschio a fotterla, ma l’ospitalità è sacra e voleva che prima l’amica fosse chiavata come si deve. Il mio cazzo esultava di tanta cordialità e non mostrò segni di timidezza: dopo aver spanato a dovere la fica di Inge, fu il turno del culo, e la cara vecchia pecorina ci sembrò veramente speciale mentre Marina sotto di noi infilava due dita nella broda di Inge e sputava sulla mia asta per lubrificarla meglio mentre trivellava il culo dell’amica. Dopo un po’ Marina non ne poteva proprio più e strillò «Inge, vieni ti prego che voglio anch’io un po’ di cazzo!». Inge sembrò mortificata dalla situazione: rendendosi conto di essere un’ospite incontentabile, prese la borsa dal comodino e ne estrasse un vibratore enorme che sarà stato il doppio del mio cazzo. Si tolse da sotto ai miei colpi e se lo fece sparire per tre quarti dentro alla fica. Poi con un filo di voce disse: «scusa, Marina, è che non ne prendo mai…». Io non badai alle maniere di circostanza e passai al secondo culo in programma. «ma amore!» strillò Marina «me lo schianti direttamente nel culo senza passare neanche dalla fica?» Io feci un sorriso e le dissi «beh, per la fica ci pensa Inge a lappartela…» e lì si scatenò il delirio: io schiantavo il culo di Marina con delle martellate mentre Inge si faceva una scorpacciata di fica e Marina spingeva il vibratore nel culo e nella passera di Inge. Con dei sospiri strozzati Inge finalmente cacciò la sbroda di almeno un paio d’anni senza cazzo ed io andai completamente su di giri. Sarei venuto volentieri in quella posizione ma Marina si accorse che ero pronto e si sfoderò dalla nerchia che tanto amava. Prese l’amica per un braccio e la trascinò con la bocca a un centimetro dalla cappella che io avevo subito preso a menarmi, incapace di fermarmi. «non essere sgarbato, amore» disse «offri da bere alla nostra amica!». A quelle parole io non capii più nulla e le sparai in gola la più copiosa sborrata della mia vita. Le due amiche se la presero di gusto e se la passarono con amore di sorelle, limonando senza ritegno con le bocche inondate di sperma. Esausti ci accasciammo sul letto e restammo senza parole per qualche minuto. Fu Marina a rompere il silenzio: «non fa più tanto freddo, vero?». «Hai ragione» feci io «spengo il riscaldamento». «No!» esclamò Inge «Io ho tanto freddo. Se tu spegni il termosifone tu mi chiavi tutta la notte.» Guardai Marina in cerca di uno sguardo d’assenso che arrivò. «vabbè, faremo questo sforzo…» mi alzai, spensi i termosifoni e le chiavai senza pietà fino a tarda mattinata. E meno male che l’amica tedesca restò solo tre giorni!

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