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Culo di madre
Scritta da: johnbirillo (1)

Il treno sfrecciava rumoroso attraverso la notte.
Di fuori le case illuminate e le luci dei lampioni scivolavano via come stelle cadenti che tagliano il cielo.
C’erano sconfinate zone buie, lunghi tratti d’oscurità attraverso i quali le rotaie si snodavano come un lungo serpente di ferro, freddo e insensibile; poi di colpo la luce, poche case sparse, un paesino, una grande città che presto svaniva.
In quel momento, quando le strisce luminose rigavano il finestrino a cui teneva la fronte appoggiata, Claudia esprimeva un desiderio, sempre lo stesso.
Stava tornando a casa. Era venerdì. Molta altra gente, molti studenti come lei rientravano dopo una dura settimana passata tra esami e lezioni.
Il treno era pieno fino all’orlo. Era riuscita chissà come a trovare un posto per sedersi, e si era raggomitolata subito contro il finestrino, stretta in un fresco abito chiaro di cotone stampato.
Per fortuna era l’ultima volta che prendeva quel treno, almeno fino a quando sarebbero ricominciati i corsi, in autunno.
Era stanca, stanca e sudata. La poltroncina su cui era seduta le sembrava di brace; si sentiva scorrere rigagnoli di goccioline d’acqua lungo la schiena, giù giù, fino al solco tra le natiche.
Lì in mezzo bruciava; quella sera, come ogni tanto si divertiva a fare, non aveva messo le mutandine, e le goccioline si infilavano nel solco profondo, causandole una fastidiosa e piacevole sensazione di prurito.
Provava a grattarsi facendo finta di niente, come per cercare una posizione più comoda sul seggiolino.
Pensava a quando si sarebbe alzata e la gente avrebbe visto le macchie del suo sudore. Aveva sempre avuto un po’ vergogna di queste cose, e quando faceva così caldo bisognava farci i conti.
E adesso che ci aveva pensato venne presa dall’ansia e cominciò a sudare ancora di più.
Si depilava da qualche anno, e tra le natiche non aveva peli che potessero assorbire l’acqua. Si sentiva l’ano molle, tenero e cedevole, oscenamente acquoso, l’orifizio aperto e palpitante, fremente, ingovernabile… si immaginava che le sgocciolasse come un rubinetto chiuso male, e che tutti sapessero del suo stato… fu presa dal panico… si fece scappare un gemito di paura…

“Che le succede, cara, non si sente bene?”
La voce della donna davanti a lei le giunse dolce e improvvisa.
Il viso che vide le diede un tuffo al cuore. L’aveva avuta di fronte per tutto il viaggio, eppure solo adesso…
Trasalì visibilmente, ma dopotutto era su un treno stracolmo di gente, doveva controllarsi.
“Mm… no signora, grazie, sto bene… non è niente”
I vicini di posto si voltarono un attimo, poi parvero tornare a sonnecchiare.
“Scusi tanto, signorina, mi sembrava che…”
“Non è niente, davvero” disse ancora Claudia un po’ troppo brusca, “è tutto passato… sarà stato il caldo”, e tornò a guardare nel buio fitto della notte.
Voleva tagliare corto; odiava le conversazioni in treno, e la gente che non aspettava altro che attaccar bottone.
Dopo un po’ però non resistette alla tentazione di sbirciare con la coda dell’occhio dalla parte della signora che le aveva parlato.
Stava leggendo un libro. Un libro dalla copertina rosa. Non riuscì a vederne il titolo. La signora sembrava profondamente immersa in quelle pagine, così lei poté studiarne meglio i lineamenti.
Aveva i capelli tirati all’indietro, raccolti in un’alta crocchia castana. Gli occhi azzurri guardavano in basso, persi nella lettura. La piega della bocca dipinta era fiera, quasi sprezzante, e il naso leggermente aquilino non stonava col resto, anzi dava all’insieme un tocco di aristocratica eleganza.
Come le assomiglia, pensò Claudia tra sé.

Mosse una gamba, nuda fin sopra il ginocchio.
La mosse impercettibilmente, come seguendo i sobbalzi del treno, fino a sfiorare una gamba della donna, fino ad appoggiarsi con la sua sulla gamba dell’altra.
Dava delle occhiate fugaci per accertarsi se la signora avesse una qualche reazione. Ma non ce ne furono, e neppure fece qualcosa per scansarsi. Allora Claudia aumentò la pressione.
Fu come una frustata per lei, una mano impetuosa che le sciogliesse tutti i nodi del ventre.
Avvertì sulla pelle la pelle nuda, morbida e liscia dell’altra, il calore intenso e ardente che si scambiavano i corpi.
Invisibili scaglie di fuoco le strisciavano addosso come lucertole.
Si lasciò trasportare, guidare dalle emozioni.
Accennò un vago movimento di sfregamento.
Poi, come folle, senza più sapere quello che faceva, sfilò il piede dalla scarpetta e lo strofinò sopra quello della donna, risalendo poi, sfrontata, lungo il polpaccio, fino al ginocchio, intrufolandosi fin sotto il bordo della gonna, riuscendo a malapena a celare l’orgasmo che stava squassandola, fino a toccarle l’interno di una coscia con la punta delle dita…
La signora ebbe allora un sussulto, sollevò gli occhi dal libro e la guardò. Non disse niente, continuava soltanto a guardarla, a fissarla intensamente.
Claudia tornò in sé di colpo, come per un brusco risveglio. In silenzio, rossa di vergogna, prese la borsetta, si alzò in piedi, si divincolò tra le gambe degli altri viaggiatori mezzo assopiti e corse a chiudersi in bagno.
Che stupida… che figura… ci sarebbe rimasta, si disse, fino a quando avrebbe dovuto scendere.

Sul punto di chiudersi dentro, sommersa da un mare di pensieri confusi, una mano bianca e affusolata le afferrò il polso, con gentilezza.
“Signorina” le disse la donna, “che cosa ha?… è corsa via così in fretta… ho pensato che si sentisse male e allora l’ho seguita…”
Ma perché quella donna non la lasciava in pace, pensava Claudia, perché non capiva? Ma, del resto, come avrebbe potuto capire?
“Mi dispiace, signora, le chiedo scusa… mi dispiace… io… io… non so cosa…” balbettò.
“Ma, cara, non deve chiedermi scusa, capita a tutti di non sentirsi bene… soprattutto con questo caldo atroce…” sorrise, “prenda questa con un po’ d’acqua, vedrà che starà subito meglio” le disse, passandole una compressa e un bicchiere.
“Signora, grazie, ma non deve distur…”
“Su, su, non faccia tante storie, mi dia retta, le farà bene” disse la donna decisa, entrando con lei nell’angusto e squallido cesso del treno.
C’era un odore sgradevole e pungente là dentro, contrastato dagli effluvi emanati dai loro corpi, un misto disorientante di puzza e profumo.
Mentre Claudia beveva guardandosi nel piccolo specchio, vide il riflesso della signora dietro di lei che si slacciava con calma la gonna.
La ragazza deglutì con difficoltà, ci mancò poco che le andasse tutto di traverso.
La donna le chiese di tenergliela, poi con disarmante naturalezza si sfilò il minuscolo slip che portava.
Nel momento in cui sollevò prima una gamba e poi l’altra per togliersi le mutandine, Claudia colse il lungo taglio socchiuso della fessura, sormontato soltanto da un sottile ciuffetto di peli.
Le rimaneva addosso solo la camicetta e le scarpe coi tacchi.
“Per favore, cara, può tenermi anche queste?”
Si ritrovò in mano un paio di slip umidi, fradici chissà di cosa.
Mentre la signora, oscenamente provocante, si accucciava a pisciare, tenendo le gambe ben larghe come se volesse farsi vedere la fica, Claudia si portò le mutandine al naso e ne aspirò la fragranza a occhi chiusi.
Quando li riaprì, due occhi azzurri riflessi fissavano i suoi.
Si fece di porpora.
“Scusi, signorina, ma proprio non ce la facevo più… ma… ma… forse l’ho messa in imbarazzo… aspetti che…”, e la donna si volse, dandole il culo, mettendosi a pisciare quasi come un uomo, e rialzandosi la camicetta al di sopra delle natiche.
Claudia era un vulcano sul punto di esplodere.
Quella donna si divertiva a torturarla oppure era lei che si immaginava tutto, che fantasticava come al solito? In fondo erano due femmine, cosa c’era di strano? Non era la prima e non sarebbe stata l’ultima volta che avrebbe visto una donna pisciare… ma dentro di sé divampava un incendio che liberava dal ghiaccio tutti i suoi desideri. Prese a toccarsi di nascosto un capezzolo e il clitoride sotto il tessuto del vestito.
Il rumore scrosciante della pipì la eccitò ancor di più.
“Mmm… mmmmmm… mmmmmmmm… mmmmmmmmmmmmm…”, un mugolio sempre più forte le giunse alle orecchie.
Che anche l’altra si stesse masturbando… lì… in sua presenza… quella donna che neanche conosceva… era possibile?
Nello specchio adesso poteva vederle benissimo il buco del culo grinzoso, privo di peli come il suo.
Poté vedere, sconcertata e rapita, l’orifizio allargarsi, dilatarsi, aprirsi per fare uscire – non poteva essere – per fare uscire una testolina scura…
“Mmm… aaaaaah… mmmmm… ooooooooooooooh…” gemette in quel momento la donna, senza pudore, mollando tutto e voltando la testa verso di lei, verso il riflesso di lei nello specchio, con il viso devastato dal piacere. In quella smorfia di orribile beatitudine aveva perso parte della sua bellezza.
Poi più nulla.
Aveva davvero goduto? In quel modo?
L’elegante signora aveva goduto già tante e tante altre volte così, e molte e molte altre volte avrebbe goduto nello stesso modo, ripensando a quel giorno… in quel treno…

La donna si pulì. Rivolle subito la gonna e la indossò alla svelta.
“Si sente meglio adesso?” le chiese freddamente, col volto acceso e sudato.
“S… sì… sì… ora… mi sento be… sto bene…” riuscì a farfugliare.
Nient’altro. Non le chiese nient’altro, non le disse una parola di più… niente di niente. Uscì e ritornò al suo posto, in mezzo agli altri.
Claudia rimase un po’ lì, ancora travolta dallo stupore. Si accorse che lungo le cosce le stava colando qualcosa… qualcosa di freddo sulla pelle rovente.
Si asciugò con gli slip che la donna le aveva lasciato, li annusò di nuovo e li infilò nella borsetta.
Quando scese dal treno la rivide, seduta al posto di prima, vicino al finestrino.
Fece di tutto per incontrare quegli occhi ancora una volta, ma l’altra non la degnò nemmeno di uno sguardo.

Quando arrivò a casa era tardi.
La mamma era già a letto, e lei non volle svegliarla a quell’ora.
Prese in mano le scarpe e scalza raggiunse la sua camera; si buttò sopra il letto, sfinita. Non ebbe neppure la forza di farsi una doccia. Si tolse il vestito e il reggiseno, poi si abbandonò sulle lenzuola fresche, con tutti gli odori di quella giornata, con le sensazioni che aveva ancora sulla pelle, in superficie, come vorticose correnti d’acqua calda… magari di notte, nel sonno, diventando più fredde, sarebbero scese sul fondo… sarebbero state rinchiuse, per poi diventare ricordi, nell’inscrutabile scrigno del cuore…

La mattina dopo era di nuovo pimpante.
Nonostante quello che le era accaduto, aveva dormito sodo.
Aspettò prima di alzarsi.
Fu la mamma che venne a trovarla, chiusa in un candido accappatoio bianco.
“Be’… dormigliona… ce la prendiamo comoda!!!” esclamò, facendo una finta faccia arrabbiata.
“Ciao mamma… ero sveglia da un po’… stavo per alzarmi… mammina, come stai?”, e si sollevò per baciarla.
“Bene, tesoro, e tu? Adesso ti potrai riposare un po’…”
“Sto benone… ma un po’ di riposo ci vuole… anche se devo preparare quell’esame per ottobre… sai, quello che Federica ha dato l’anno scorso…”
“Aah, non pensarci adesso, pensa a stare tranquilla e ad andare un po’ al mare” disse la madre, chinandosi ancora a baciarla sulla fronte.
A Claudia cadde l’occhio tra le poppe di mamma. Piegandosi per darle il bacio, l’accappatoio si era aperto, lasciandole intravedere le areole scure e i capezzoli.
“Guarda come sei bianca… un po’ di sole non può farti che bene…” disse sua madre passandole un dito sul braccio, “guarda me, invece”, e aprì l’accappatoio mettendo in mostra un bellissimo corpo abbronzato.
Come sempre le succedeva quando vedeva la madre nuda, le si mozzò il fiato in gola. La mamma non si faceva problemi di sorta con lei, e lei pure aveva imparato a non avere vergogna nel mostrarle il proprio corpo; ma ogni volta era più forte di lei, la lasciava sempre senza respiro. Da quando i suoi genitori si erano separati, in casa era diventata una consuetudine girare nude, soprattutto in estate, anche se non ci aveva fatto ancora l’abitudine: le attrattive del corpo materno avevano su di lei uno strano effetto.
Claudia aveva un ragazzo, da un anno, e ci faceva tutte le cose che fanno una ragazzo e una ragazza, ma non si era mai sopita del tutto quell’altra ardente passione: subiva passivamente il fascino del corpo della madre.
Col tempo poi, quando Paola cominciò a frequentare la loro casa, quando la mamma decise di non nascondere più la loro relazione, quando le vide baciarsi sulle labbra, fece correre la fantasia, fremendo di notte nel letto a immaginare quello che le due donne facevano insieme… che cosa faceva la mamma…
Così arrivò il desiderio, inarrestabile, una piccola palla di fuoco che le cresceva dentro, e che distruggeva tutto quello che incontrava… sembrava che adesso vivesse soltanto per quello… per quell’unico, grande desiderio inespresso… espresso mille volte in treno il giorno prima…

E ora era lì, ancora davanti a lei.
La vita stretta, nonostante l’età, si allargava nei fianchi superbi; il ventre solo un po’ rilasciato, ma piatto, piatto e teso; le gambe sorrette dalle caviglie sottili, con le cosce un po’ appesantite dalla cellulite che finivano nello splendore del culo, un culo maestoso; quel principio di cellulite alle cosce e alle natiche, pensava Claudia vibrando, le dava quell’aria da porca, da vacca; la fica carnosa e rasata, per farsi leccare meglio; le poppe, con i capezzoli che sembravano ciucci per bambini tanto erano grossi, e più li succhiavi più ti riempivano la bocca; la schiena immensa, infinita, che sfumava nell’attaccatura alta delle chiappe… le chiappe che erano il suo sogno proibito, un sogno dove avrebbe voluto posare la lingua… quelle chiappe che erano fatte in un modo che non riuscivano a celare allo sguardo, al suo sguardo, la rondella rugosa dell’ano, posta molto in alto nel solco, molto lontana dalla fica… la rondella rugosa dell’ano… il suo sogno proibito…
Alla fine di tutto c’era il viso, il viso di sua madre, il viso della signora del treno…
“Oi… Claudia… mi hai sentito?”
“Co… cosa… cosa c’è, mamma?”
“Ti ho detto che vado a farmi un bagno… sei un po’ strana, cara, forse non hai ancora smaltito tutta la stanchezza… riposati ancora un po’…”
Imbambolata, vide una nuvola bianca aleggiare e sparire.

“CLAUDIAAA… CLAUDIAAAAAAA” le giunse la voce, “PUOI VENIRE UN MOMENTOOO, CARAAAA?”
“ARRIVO, MAMMA” rispose, saltando giù dal letto.
“La schiena… puoi darmi una mano a lavarmi la schiena, cara?”
“Ma certo, mamma”
Erano nude tutte e due, la madre seduta nella vasca, la figlia in piedi.
Claudia attendeva con ansia quel momento, lo smaniava e lo temeva… sapeva di essere andata più volte a un niente dal limite.
L’altra le passò la spugna insaponata.
“Non so come fare, quando non ci sei…”
Sì che lo sai, lo sai fin troppo bene, fu tentata di dire, “Adesso ci sono io, mamma… le vacanze sono lunghe” disse invece, e prese a passare con vigore la spugna.
Notò i capezzoli eretti, grandi e gommosi.
Avrebbe voluto attaccarcisi e succhiare, succhiare…
Chissà se ha già goduto, pensò. Molte donne si masturbavano nella vasca, con l’acqua, con gli schizzi, lei stessa lo faceva spesso… era bello, era bello godere nell’acqua e giacervi con tutte le membra che tremano e cantano come in preghiera.
Corse con le mani lungo le spalle, nell’incavo tra le scapole, sotto le ascelle, dove cominciano i seni, si spinse a lambirne le punte; poi seguì la curva larga e sinuosa dei fianchi, la forma invitante del culo, gli emisferi delle natiche, pieni e segnati dalla riga dell’abbronzatura che li tagliava di nuovo a metà, da una parte il giorno e dall’altra la notte.
“Mettiti un attimo in ginocchio, mamma”
Allora si insinuò con decisione nello spacco profondo del frutto, premendo la spugna, premendo e sognando… poi la lasciò cadere nell’acqua, prese a insaponare la pelle direttamente con le mani, veloce, come se stesse tessendo una tela di ragno o invocando un qualche incantesimo… le dita accarezzavano di sfuggita, toccavano appena, con leggerezza… poi l’acqua… immergeva le mani nell’acqua e versava il liquido addosso alla madre, sciacquando il sapone, togliendolo dai fianchi, dalle pieghe della carne, dalle rotondità delle chiappe… adesso poteva vederle benissimo l’ano… le apparve da sotto la schiuma che scivolava via… scuro, una pastiglia scura e rugosa all’inizio del solco, più in alto di qualsiasi altro buco avesse mai visto, molto distante dall’ingresso della vagina… l’alone affascinante e soffuso dei peli che gli stavano ricrescendo intorno… lo sfiorò più volte e godette nel farlo… lo vide contrarsi impercettibilmente, pulsare e contrarsi… come certi fiori che si chiudono appena li tocchi… era sensibile, reagiva a quel tocco leggero… veniva in fuori e si richiudeva su se stesso, come una lumaca che scompare all’interno del guscio…

Non poté andare oltre perché la madre, forse indispettita da quell’insistente e scoperto interesse, si mise di nuovo a sedere sbarrando le porte.
Claudia aveva il respiro corto, ansimava, il seno che si sollevava e si abbassava come dopo una corsa sfrenata.
“Grazie, cara”
“Di niente, mamma”, e restò lì a guardarla mentre con lo spruzzatore si faceva scivolare via dal corpo l’ultima schiuma e si alzava tutta gocciolante.
Un filo d’acqua le colava giù dalla fica. Sembrava che stesse pisciando.
La mamma era ferma, rigida, con le gambe un po’ aperte e inarcate. Poi si tirò la parte superiore della fica, con la mano.
Aveva chinato la testa per guardare in basso; il mento toccava quasi il corpo e la bocca era aperta, la lingua di fuori.
Il filo d’acqua divenne più grosso, più corposo, si staccò dalla passera per disegnare nell’aria una chiara parabola d’oro.
Stava pisciando, la madre stava proprio pisciando dentro la vasca, in piedi davanti alla figlia, e ci trovava gusto, come dimentica di non essere sola.
La ragazza fece d’istinto un passo indietro, e poté ammirare, sconvolta, una nuova meraviglia.
Sotto la forte spinta dei muscoli della vescica il buco del culo della mamma si era spalancato, era un tondino perfettamente aperto e circolare. Poi sembrò volersi allargare ancora di più sotto una energica pressione proveniente dall’interno… come se volesse buttare fuori qualcosa di grosso… i bordi dell’anello, già tesi, vibrarono… si dilatarono allo spasimo… e una bolla d’aria diventò un peto rumoroso.
“Ooooh” disse la donna contraendosi e voltandosi verso Claudia, come risvegliata dall’imbarazzo, e coprendosi l’ano con una mano, “scusa tanto, tesoro… mmmmmmmm… che pisciatona… mmmmm… oggi… hhhhhhhhhh… oggi lo sai, mangio fuori con Paola… hhhhhhh…”
“Sì, mamma, lo sapevo… come tutti i sabati…” disse Claudia, incredula e incerta.
“Passiamo il pomeriggio al mare… mmmm… torno a casa dopo cena… hhhhhhhhhh… che pisciatona… uuuuuuuuh… mi faccio accompagnare da Paola… hhhhhhhhhhh…”
“Va bene, mamma” disse ancora sognante, e rimase sola, ripensando a sua mamma che dopo quel peto si passava un dito sull’ano frastagliato.

Quella notte, tardissimo, sola nel letto, si diede nel culo con una zucchina trovata nel frigo, pensando a sua madre con l’amante, pensando alla donna sul treno. Si inculò furiosamente, scorticandosi il grilletto.
Macchiò le lenzuola di densa goduria, di un liquido bianco e cremoso.
Si rilassò, allungandosi, assaporando il sudore che le seccava sulla pelle, reso gelido dal vento leggero che entrava dalla finestra.
Poi si alzò e dopo averla sciacquata, rimise la zucchina nel frigo, insieme alle altre…

“Oggi zucchine ripiene, amore” le disse sua madre festosa quando, la mattina dopo, la vide arrivare in cucina.
La domenica era calda e luminosa; tra poco sarebbe diventata torrida.
La tua amichetta ti ha fatto godere come una vacca, pensò Claudia, “Ma… mamma, sei già alzata a cucinare…” le disse poi.
“Cosa vuoi, tesoro, con questo caldo… più tardi ci sarà da morire… così mi sono alzata presto e ho preparato tutto”, e le mostrò il vassoio, “basta metterle sul fuoco cinque minuti prima di mangiarle”
“Sembrano buone” disse la ragazza, tentando di riconoscere, senza riuscirci, la zucchina che le aveva fatto felice il culetto.
Intanto notò che la mamma aveva addosso solo uno striminzito grembiulino. Le poppe libere sotto la stoffa oscillavano, debordavano dai lati, grosse porzioni d’areole fuoriuscivano da tutte le parti, i capezzoli pigiavano forte…
Quando si voltò verso l’acquaio, regalò alla figlia la vista del suo splendido culo… oddio… quel culo… pensava Claudia con una stretta al pancino… quel buco così alto, così bello, che le chiappe non riescono proprio a celare… quel buchetto che Paola può leccare quando vuole… che ieri sera ha di sicuro scopato e che ha visto godere…
Era un tormento, l’ennesimo crudele supplizio.
Voleva toccarlo, toccarlo… lo desiderava più della fica… non resisteva più…
“Non si resiste proprio” disse la madre gettando il grembiule sopra una sedia, “è così presto e comincia già a sentirsi l’afa…”, poi uscì dalla cucina, una generosa massa di carne sculettante.

Claudia vide che andava in bagno.
Ripensando alla signora del treno, decise di seguirla.
La donna era in piedi davanti allo specchio, lei pisciava seduta sulla tazza.
La mamma si dava sul viso le solite creme e cremine antirughe.
“Sei ancora bellissima, mamma” disse tirando lo sciacquone.
“Ma cosa dici, non scherzare…” si schermì l’altra.
“Dico sul serio, mamma, non dimostri gli anni che hai”
La donna rimase un po’ pensierosa, poi: “Be’… forse non sono ancora da buttare, ma…” vide la figura di Claudia entrare nello specchio con lei, abbracciarla teneramente.
“Niente ma… hai un corpo stupendo”
“Dici così perché sei la mia bambina…”
“No, mamma, lo giuro… dico così perché è vero…” disse lei, posandole una mano su un fianco, “hai la pelle morbida, morbidissima…”, e intanto le accarezzava una natica e le aveva appoggiato le labbra sulla spalla, dandole piccoli baci leggeri.
“Su, adesso smettila…”
Claudia guardò negli occhi la madre, la guardò negli occhi nello specchio. Per una volta volle guardare fino in fondo, vedere quello che c’era dentro a quegli occhi… quello che c’era dopo… voleva trovare l’oscurità in quegli incantevoli occhi chiari…
La donna abbassò lo sguardo. Per negarle qualcosa, per impedirle di sapere, di vedere…
Quando lo risollevò, sperando, gli occhi della figlia erano ancora lì, impietosi, e sentì la sua mano frugarle tra le natiche.
“Oddio, Claudia, ti prego…” disse, e si mosse come per liberarsi da un abbraccio mortale, ma Claudia la tenne stretta, non la lasciò andare.
Le fece scivolare un dito nella vagina. Con la lingua le leccava il collo, la spalla, la schiena. Con altre dita le strizzava i capezzoli.
“Claudia… Claudia… cosa fai, tesoro mio… Cla…” disse in un sussurro, prima che un gemito le sfuggisse di bocca.
La figlia non disse una parola. Continuò a fottere la fica della donna, sentendosi le dita sguazzare nelle secrezioni vaginali, cercando con la lingua un orecchio… mordendolo… slinguandolo… cercando una guancia… un angolo della bocca, le labbra socchiuse da un muto piacere…
“Claudia… basta, ti prego… mmmmm… basta… tesoro… aaaaah… basta… aaaaaaah… oooooooh…” mugolava la madre, accennando un lascivo movimento del bacino, ondeggiando, piegandosi un po’ sulle gambe, allargando le cosce.
La ragazza spiava dentro lo specchio, cercava gli occhi dell’altra ma non li trovava… erano chiusi, ma la bocca era aperta, e l’alito tiepido e dolce.
Unì le sua labbra alle labbra della mamma, ne aspirò l’ardente soffio vitale, lo bevve… vi insinuò la lingua umida, lunga, appuntita.
Un ansare profondo faceva tremare il corpo in suo possesso. Era suo, lo stringeva, lo penetrava… la lingua della madre la toccò… toccò la sua lingua… lei si ritrasse… la lingua dell’altra tornò per cercarla… si intrecciarono come due fiamme dello stesso fuoco… dello stesso corpo che brucia…

Claudia trattenne a stento l’orgasmo, voleva vedere la mamma godere sotto i suoi occhi.
Si chinò, si mise in ginocchio.
Ora ce l’aveva davanti, finalmente.
Il suo sogno proibito, la rondella rugosa dell’ano.
Emergeva prepotente tra le natiche, all’inizio del solco.
L’aveva sempre affascinata quella particolarità anatomica, il fatto che sua mamma avesse il buco del culo un po’ più in su della media, che non avesse modo di tenerlo nascosto anche stando in piedi… sporgeva, come a volere tutta l’attenzione su di sé.
Vi fece cadere sopra la lingua, prese a leccarlo, a lapparlo con foga, come un cane assetato; vi si spinse dentro spalancando la bocca all’inverosimile, per non lasciare intentato neanche un millimetro della sua lingua.
“Noooo… noooo… sììììì… cara… mmmm… lì nooooo… mmmmm… noooooooo… sììììììììì… ancora… hhhh… basta… hhhhh… fermatiii… ancoraaa… ancoraaaaa…” guaiva la donna contraddicendosi di continuo.
Si deliziava nel vedere l’orifizio contrarsi furioso, pulsare convulso.
Le mani della mamma erano strette al bordo del lavandino, con le nocche bianche per quanto stringevano. Era rigida, e offriva il culo, adesso lo dimenava come un’ossessa, andava incontro alla lingua.
“Mmmm… mmmmmm… godo, cara… hhhhhh… godooo…” gemeva, poi con una mano lasciò il lavandino e prese a scrollarsi il clitoride senza ritegno, “oooooooh… aaaaaaaaah… sììììì… hhhhhhhh… mmmm… mi fai godereeee… mi fai godereeeee… hhhhhh… sìììììììì…”
Claudia tolse la lingua dal culo.
“No, tesoro mio, continua… ti prego… continua…”, diceva menandosi come una furia.
Allora la ragazza le silurò un dito nel retto bollente e lo scopò.
Scopò il culo della madre come si era scopata il suo con la zucchina. Voleva sfondarlo, spanarlo, voleva farla godere come una vacca… doveva godere per merito suo… una, due, tre dita finirono nell’accogliente condotto rettale… entravano e uscivano… entravano e uscivano… con rumori osceni… e il budello sembrava gioire, palpitare, dare spasmi di immenso piacere…

Si rialzò, ancora tenendo le dita in quel culo eccitato.
Si attaccò a una poppa, tirò come per suggerne il latte, titillò il capezzolo che sembrava il ciuccio di gomma di un biberon…
Poi andò a cercarle la lingua e la prese nella sua bocca, succhiandogliela e riversando nella gola dell’altra grumi di saliva… quasi sputandoci dentro…
In quel momento la sentì godere, la vide godere… la vide sbavare dagli angoli della bocca…
“Mmmmmm… aaaaaaaaah… sìììì… hhhhh… mmmm… tesoro mioooo… oooooooooh… sììììì… godooooo… mmmmm… tesoroooooo… hhhhhhhh… godoooooo col culooooooo… uuuuuuuuuuh… uuuuuuuuuuuh… col culooooooooooo… hhhhhhhhhhhhhhhhh…”
Lo sfintere anale violato le diede fortissimi morsi alle dita, quasi a volergliele mozzare… spasmodiche contrazioni al ritmo selvaggio dell’orgasmo.
Mentre sentiva le viscere della mamma godere, spinse le dita più a fondo, più a fondo… che cosa cercava?
Trovò presto quello che stava cercando, lo sentì sulla punta delle dita, nel profondo e cocente budello… lo grattò con le unghie…
Se avesse insistito ancora un po’… se avesse fottuto quel culo con più impeto… forse ci sarebbe riuscita… forse l’avrebbe fatta godere cagando…
E questo osceno e morboso pensiero, e il viso che vide, la fecero godere a sua volta…

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