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| Camera 109 |
Diede un ultimo rapido sguardo a quella stanza d'albergo e si soffermò sullo specchio. Venne pervasa da un lieve brivido. Sospirò. Poi chiuse la porta alle sue spalle e si allontanò in quel piovoso mattino di fine ottobre.
E pensare che solo poche ore prima era stata assalita da un irrefrenabile impulso di scappare via.
Aveva cominciato a domandarsi che cosa ci facesse in quella camera, bendata e seminuda e in preda ad una sensazione strana a metà tra il panico e una torbida eccitazione!
Lui sarebbe entrato da un momento all'altro e l'avrebbe posseduta con violenza come le aveva promesso!
Aveva seguito diligentemente tutte le sue istruzioni. Aveva indossato il completino sexy che le aveva fatto trovare nella scatola, un paio di autoreggenti, scarpe col tacco, aveva sistemato le candele nella stanza e aveva indossato la benda. E ora se ne stava lì immobile. Con l'ansia che le attanagliava le viscere e le ostacolava la respirazione. La benda le amplificava in maniera insopportabile il resto del suo apparato sensoriale. Studiava con esagerata attenzione ogni piccolo suono che proveniva dall'esterno mentre il sapore dolciastro della cera dellle candele le si insinuava nelle narici. La pelle era percorsa da frequenti scosse mentre tutto il suo esile corpo assorbiva l'elettricità presente nell'aria. Tutto questo la emozionava ma al tempo stesso la agitava e la metteva terribilmente a disagio. A un certo punto avrebbe voluto sparire o mettersi a urlare.
La cosa più faticosa era riuscire a respirare profondamente. Ci provò un paio di volte, ma l'aria le si fermò in gola, e i polmoni quasi si protesero nel tentativo di catturarla. Si versò un po' di vino.
Si era già accesa due o tre sigarette. Non lo ricordava più.
E pensare che tutto era nato per gioco. Scherzando in chat, iniziata come una di quelle tante provocazioni maliziose che nascono tra le righe di un messenger durante le pause di lavoro e che si nascondono tra le intenzioni reali dette candidamente e tra quelle inconfessabili che si celano nel pudore delle proprie perversioni. Ma tra i due fu chiaro dal principio che queste alla fine sarebbero emerse. Non si erano mai visti. Mai conosciuti personalmente. Ma tra loro era palpabile una sintonia che innescava una fortissima reazione chimica alla quale non sembrava facile sottrarsi. E non lo fecero.
Tutto fluttuava in una specie di assenza di gravità in un equilibrio precario che veniva assecondato da un sottile gioco di ammiccamenti. Era una sensualissima danza di prese in giro, sottili provocazioni fatte di doppi sensi e maliziose allusioni, alternate a momenti nei quali i due si scambiavano visioni e opinioni sui temi più diversi. Tutto si reggeva su un precario equilibrio che alla fine finì con lo spezzarsi. Fu a causa di quella telefonata.
In una pigra e dolente domenica pomeriggio le loro voci si intrecciarono in un fiume di parole e risate e i lati più nascosti della loro personalità, le paure,i tabù e i desideri nascosti emersero striscianti e voluttuosi come un grosso rettile che scivola via con circospezione dalla sua cesta! Fu soprattutto la fantasia erotica di lui a monopolizzare quella conversazione rendendola stuzzicante e ambigua. L'idea di essere “l'uomo del mistero” che piomba nella stanza e approfitta della sua vittima bendata e inerme scatenava in lui una incredibile eccitazione. Ma quell'immagine, e la sottile perversione che rappresentava, non lasciava indifferente nemmeno lei.
Sebbene All'inizio le sembrasse perlopiù una provocazione, cominciò a considerare seriamente l'ipotesi di assecondarla quando lui, approfittando della notte e di una intimità maggiore, con voce suadente e piena di desiderio le sussurrò le sue scabrose intenzioni con dovizia di imbarazzanti particolari che le sconvolsero gli ormoni e la attirarono in quella seducente trappola sessuale dalla quale non sarebbe più uscita!
Fu così che Cedette! E accettò.
Fissarono il giorno, il luogo e le modalità.
Lui sarebbe arrivato dopo di lei, l'avrebbe resa sua schiava per tutta la notte seviziandola e approfittandone con arroganza. E l’idea di essere posseduta in quel modo la eccitava terribilmente.
Ora però il silenzio della stanza si faceva sempre più assordante tanto che il battito del suo stesso cuore le premeva nelle orecchie e le faceva tremare i polsi. Ci stava ripensando! Aveva fatto male ad abbandonare anche la più blanda forma di difesa verso un evento tanto eccitante quanto ignoto e pericoloso! E se lui fosse stato un omicida seriale? Se dietro quella voce calda e rassicurante si fosse celato un sanguinario psicopatico ossessionato dal sesso?
Cominciava davvero a dubitare. I pensieri, ora, le aggredivano la ragione e reclamavano il loro ruolo nella parte più raziocinante della sua testa.
Ma la sua carne urlava di desiderio!
Il suo ventre si contraeva come se già assaporasse il piacere del caldo contatto epidermico di lui. La tensione dei muscoli delle gambe produceva un formicolio che le dava una sensazione di instabilità e non sapeva quanto avrebbe resistito in quella interminabile attesa, resa più pesante da un devastante stato di ansia!.
Finché a un certo punto la porta si aprì e il suo cuore, per alcuni insostenibili attimi, smise di battere.
Quando riprese a farlo poteva ormai percepire inequivocabile la presenza di lui all’interno di quelle mura. Nel silenzio della notte poteva udire suoi passi davanti a lei. Anzi le sembrava quasi di sentirli dentro lo stomaco. Quasi che gli attraversassero l’anima. Ascoltava pietrificata il suo respiro affannato. Intuiva in lui una eccitazione incontenibile.
Lui si fermò ad un passo da lei ad ammirarla. Era meravigliosamente attraente. Bendata e intrappolata in una provocantissima lingerìe nera. Aveva un corpo stupendo e sinuoso che emanava una sensualità selvaggia e dava l’impressione di essere sul punto di scattare, con un balzo felino, e gettarglisi addosso. Ma in quell’occasione il predatore era lui!
Fu aggredito da una sensazione di ardente desiderio che attraversò ogni più piccolo muscolo fino a scuoterlo prepotentemente. Quella bellezza così prorompente e sfrontata lo turbava e pareva sfidarlo in un ardente duello erotico. Non si fece pregare e si liberó in un attimo di tutti gli abiti e le si parò alle spalle.
Lei deglutì nervosamente. Lui le scostò con la mano i lunghi capelli neri giusto il tanto da scoprirne l’esile collo e da appoggiarne le labbra ansimanti. Lei trasalì e subito tentò di afferrarlo, ma lui la fermò. Sfiorandole la pelle liscia con il respiro poteva sentire i pori contrarsi e i brividi che le correvano su tutto il corpo. Le si mise davanti e cercò il contatto delle labbra con le sue. Le due bocche si unirono e i loro corpi avvinghiati si trasmisero scariche di elettricità. Dichiarò inequivocabilmente le sue intenzioni quando la mise in ginocchio di fronte a lui. Lei ora poteva avvertire la crescente eccitazione di lui dal respiro convulso. Sentì il suo sesso, caldo e vibrante tentare di farsi strada tra le sue labbra socchiuse e già gonfie di desiderio.
Lo fece entrare quel tanto da inumidirne l'estremità per poi assaporarlo languidamente tutto intorno alla punta. Anche se non vedeva, la sua lingua sapeva esattamente tutti i punti da stimolare. Aveva aspettato con ansia quel momento, sapeva di avere una abilità non comune in quel tipo di giochi. Lui era come in apnea e la guardava mentre lei glielo leccava in modo sensuale partendo dall'estremità inferiore fino su, alla punta, per poi farlo sparire per quasi tutta la sua lunghezza nella sua calda e vogliosa bocca. Lo succhiava e lo mordicchiava con avidità provocando in lui esclamazioni soffocate e rantoli di piacere. Quello splendido esemplare di femmina inginocchiata davanti a lui gli dava una sensazione di dominio e di onnipotenza. Vampate di fuoco le pervasero il ventre di lei mentre lui le accompagnava la testa e contemporaneamente piegava in avanti il bacino spingendoglielo dentro fino in gola e, intanto lo sentiva sempre più impregnato della sua saliva. Poteva sentire ogni millimetro di quella lingua assatanata e di quelle bollenti labbra muoversi con sicurezza attorno al suo uccello durissimo. La rimise in piedi e le sbottonò il reggiseno, le passò più volte la lingua intorno ai capezzoli turgidi di piacere e le sfilò prima una scarpa e poi l'altra. Dopo averle tolto le calze fu colto dall'irrefrenabile desiderio di buttarla sul letto. Stavolta si inginocchiò lui, ai piedi del materasso mentre lei ,vestita ormai solo di un paio di minuscole mutandine e di quella benda di raso nera, giaceva inerme di fronte a lui. Le divaricò le gambe quel tanto da poter far scorrere la lingua dal ginocchio su fino all'inguine, salendo lentamente dall'interno della coscia e arrivando fino ad un centimetro dal centro del suo piacere. Poteva sentire i muscoli della donna tendersi e irrigidirsi sotto il suo labbro inferiore che continuava scivolare voluttuoso in mezzo a quelle cosce aperte e tremanti. La sollevò quel tanto da farle scivolare via il perizoma e concentrò la sua attenzione sulla sua parte piu sensibile. Lasciò che la punta della lingua le accarezzasse leggera il clitoride una prima rapida volta, poi una seconda, una terza volta e poi con maggiore decisione la affondò tutta fino ad assaporare il piacere di lei, che ora ansimava sotto i colpi di quella lingua che si insinuava sempre più invadente in quella minuscola e calda fessura bagnata. Le prese tra le labbra il clitoride e glielo succhiò lentamente mentre con le mani le afferrava i seni sodi e gonfi, le accarezzava il ventre e le cosce e poi, mentre continuava a leccarla, le cacciò un dito dentro,e sentì il corpo di lei dibattersi in piccoli scatti nervosi di lussuria tra respiri sempre più trafelati. Un istante dopo era di nuovo in piedi, e lei, carponi sul letto, intenta a lavorarglielo di nuovo con la bocca nel tentativo di placare la sua insaziabile sete. Era ormai prossimo all'orgasmo, e lei lo capiva chiaramente dalle piccole gocce di seme che gli raccoglieva con la lingua ma ora reclamava un posto tra le sue gambe e lei si fece mettere a quattro zampe davanti a lui. Era paralizzata di piacere e tutte le cellule del suo corpo erano concentrate su quel grosso uccello che si faceva lentamente strada nella sua fichetta madida di caldi umori. Glielo spinse dentro con decisione. Lei ora poteva sentirlo tutto e lui afferratala per i fianchi cominciava a stantuffarla con energia. Due grandi mani la tiravano brutalmente per poi allontanarla con forza fino quasi a farlo uscire, e poi glielo spingevano dentro ancora di più e con maggiore violenza. Era maledettamente eccitata dall’idea di farsi sbattere da dietro in quel modo rude e lui ormai in preda all'eccitamento gli riversava in corpo tutta la sua eccitazione e le schiaffeggiava le chiappe!
-Ti piace farti sbattere così eh? -
- Siii - replicò lei ansimante - Che gran porca che sei! - Continuava a scoparla e a picchiarla sulle natiche -
Poi si sedette sul letto con l'asta eretta e pulsante e lei si sedette sopra, di schiena, lasciandoselo scivolare dentro e rialzandosi di scatto, e poi ancora a prenderlo fino a farlo scomparire tra le cosce mentre lui la sollevava e la riportava velocemente su di lui, spingendo e vomitandole impoperi e volgarissime oscenità.
Senza farlo uscire si alzò in piedi e la spinse verso il tavolino di fronte alla parete. Lo specchio davanti gli consegnava l’ immagine eccitantissima di lui in piedi dietro quella sensualissima creatura bendata sconvolta dal piacere e protesa in avanti. Lui continuava a sbatterla afferrandole e stringendogli i seni. Lei teneva le mani protese in avanti aggrappandosi al piccolo tavolino, ma presto i violenti colpi di lui le fecero perdere l'appiglio e fu costretta a puntarsi coi palmi delle mani allo specchio!. Ora l'aveva afferrata per i capelli e la fotteva con violenza sempre maggiore.
- Prenditi il mio cazzo bella troietta! Lo so che non desideravi altro che fartelo sbattere nella fica! Te lo ficco fino gola! Dillo che sei la mia troia! Avanti! Dillo!! –
-Si sono la tua troia! – Replicò lei in un lamento e le grida di piacere squarciavano il silenzio della notte mentre Il felino corpo di lei vacillava sotto la veemenza di quei colpi e la sua fica ora grondava di piacere liquido attorno a quell'enorme cazzo d’acciaio che le interrompeva i gemiti in gola per quanto entrava in profondità. Lui ora la tirava verso di se con più forza, sempre per i capelli fino ad arrivarle alle orecchie e travolgerla di insulti!
- Fammi sentire come ci godi a farti sbattere come una puttanella in calore! Dimmi che ti piace! –
Le stava addosso come una belva inferocita e la scopava con rabbia, penetrandola e trafiggendola fino al centro delle viscere,violando quel piccolo e voluttuoso corpo nella sua essenza più intima tanto da farla sentire come la più assatanata delle ninfomani! Tutta la stanza sembrava trasudare la stessa famelica perversione e perfino lo spazio circostante ora pareva risucchiato da quel vortice di carne e di sesso fino a che in un ultimo e violento gemito i due esplosero uno dentro l'altra in una lussuriosa e liberatoria eruzione di immenso godimento.
Si ritrovarono distesi in uno stato di semi-incoscienza e abbracciati in silenzio mentre la fiamma tenue dell’ultima candela moriva, lasciando che la notte inghiottisse tutto il mondo circostante. Quando si tolse la benda lui aveva già lasciato l’hotel lasciandola nel suo torpore a ricomporre i frammenti di una notte che sembrava sospesa nell’irreale. Avrebbe avuto modo e tempo in seguito per accettare e metabolizzare quella folle esperienza. Sospirò, si lasciò cadere sul letto, e si addormentò.
Nei giorni che seguirono non ebbe più notizie di lui ma spesso si sorprese a fantasticare su quell’uomo misterioso e cercava degli indizi, delle tracce, degli odori in tutti gli uomini che in un modo o in un altro si trovavano ad avvicinarla. Finquando una sera mentre era seduta sull’autobus e assorta nei suoi pensieri di sempre, sentì una presenza ingombrante e vagamente familiare alle sue spalle. Poi non ebbe dubbi! La sua voce le sussurrò all’orecchio. – Ciao!...ti ho riconosciuta dagli orecchini e dal tatuaggio sul polso! – Lei, sulle prime fece per voltarsi, poi si alzò, si diresse verso l’uscita e scese dall’autobus senza mai girarsi.
Mentre camminava verso casa respirando l’aria umida della sera, si sentì pervasa da un senso di leggerezza e di sollievo e ricordò una frase di Kierkegaard che le era rimasta impressa in mente dai tempi del liceo:
La vita non è un mistero da risolvere.
E’ un mistero da vivere.
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